Il Paradosso Italiano

Premessa

Negli ultimi tempi, assistiamo a un interesse generale sulla diatriba “cultura” versus “natura” che coinvolge persone non necessariamente competenti da un punto di vista scientifico, poiché spesso si stratta di non-ricercatori, e tra questi vi sono giuristi, giornalisti, politici, religiosi, attivisti. In particolar modo per la destra conservatrice e per i cattolici integralisti, poi, colpire la definizione identitaria “culturale”, ovvero negoziata attraverso una serie di mediazioni sociali, significa colpire il relativismo e il costruttivismo, tanto radicale quanto sociale, perché lontani dalla dottrina dogmatica del Vaticano, di base “naturalistica”. Per la Chiesa Cattolica è, infatti, il sesso “biologico” a decidere del destino di un individuo, poiché, come scritto nella Genesi, Dio “maschio e femmina li creò”. Non importa indagare il come crebbero le generazioni in seguito e se, per esempio, proprio tutti tutti i discendenti rimasero sempre e soltanto “maschio e femmina”. Non importa se, fin dal principio, si tratta di una famiglia la cui educazione e il cui asservimento a Dio portò a un fratricidio.

In ogni caso, allontanandoci da problemi quasi teologici e restando in campi più laici, per dimostrare la posizione di predominanza scientifica del naturalismo sul culturalismo, si fa sempre più riferimento al documentario che in Italia è stato ribattezzato volgarmente “Paradosso Norvegese” dal popolo del web. La diffusione europea del documentario è partita in particolar modo dalla Francia nel 2012, quando fu presentata la loi Taubira, ossia la legge, promulgata poi nel 2013, che ha regolato i matrimoni tra persone dello stesso sesso e le adozioni omogenitoriali e che prende il nome dal ministro che la propose. A sottotitolare e rendere mainstream il video furono le persone e le associazioni contrarie alla loi Taubira e alla così detta “Théorie du genre”, volgarizzazione dei gender studies e dei queer studies di matrice soprattutto statunitense. Secondo loro, il documentario svelava la “truffa” degli studi di stampo prettamente culturalista in relazione ai discorsi di genere. In Italia, ovviamente, le associazioni di stampo cattolico hanno ripreso (anche) questa strategia di diffusione del video sulla rete internet all’interno della battaglia condotta contro qualsiasi proposta di legge riguardante le persone dello stesso sesso, non senza, evidentemente, aver spiato i cugini francesi.

Frontp_NIKKmag200331Il Paradosso Norvegese

Il “paradosso norvegese” sarebbe quello per cui il paese che nel 2008 fu considerato il “più paritario” a livello di politiche di genere, ossia la Norvegia, vedeva ancora le donne scegliere ambiti lavorativi più vicini alle aree umanistiche che a quelle scientifiche. La domanda che ne seguì fu molto semplice: come mai? Si può supporre che:

  • l’osservazione principale sia stata la definizione “identitaria” di un individuo in relazione privilegiata alla sua attività lavorativa;
  • le politiche lavorative siano ancora compromesse dalle differenze di genere, per cui gli uomini hanno più influenza sui meccanismi della scelta del personale rispetto alle donne – sia per chi seleziona, sia per chi è selezionato;
  • l’indagine sia compromessa dall’interpretazione della società come insieme di due nuclei sessualmente determinati formati da maschi, da una parte, e femmine dall’altra, in una prospettiva “naturale” e “biologica” auto-evidente che non tiene, per esempio, in considerazione le persone trans o intersessuali, dunque che elimina già alla base qualunque discorso sulle identità di genere e sulle identità sessuali.

La domanda, come sempre accade, definisce i confini della risposta. In ogni caso, alla base vi è di certo l’idea per cui praticare un mestiere definisce chi si è, non solo all’interno di una data società, anche qualora si escludessero fattori legati a crisi economiche e possibilità occupazionali, ma soprattutto a livello più ontologico. In ballo, infatti, ci sarebbero gli interessi, le predisposizioni, le attitudini di ogni individuo, tanto che la domanda sul “paradosso norvegese” coinvolse gli ambiti di studio e le università scelte dalle persone dei due sessi “normati”, maschile e femminile.

Questi sono i termini dell’interrogativo posto dal documento visivo che circola sottotitolato in italiano nella rete Internet. Per la verità, si tratta di un solo episodio, il primo, della serie norvegese del 2010 Hjernevask (“Lavaggio di cervello”), pensata e condotta dal comico Harald Eia. La serie si propone di dimostrare, attraverso studi scientifici in particolare inglesi e americani, che il lavoro di “determinismo culturale” portato avanti dai ricercatori norvegesi del Nordic Gender Institute (NIKK) sia errato e facilmente invalidabile.

La prima puntata, dunque, si occupò della “parità di genere”, chiedendo anche alla ricercatrice della Durham University, Anne Campbell, di intervenire. In contrasto con gli studi così detti post-strutturalisti, in conflitto in modo quasi epistemologico con i gender studies e utilizzando paradigmi evoluzionisti, quando Eia la invita a esprimersi sul “paradosso norvegese” e sulla scelta lavorativa delle donne, ella afferma: “È una questione interessante, ma più dai libertà alle persone nella società, più dai opportunità alle persone di fare tutto ciò che vogliono e più facilmente ogni tipo di predisposizione genetica che hanno sarà libera di esprimersi” (traduzione mia). Subito dopo, nel montaggio stesso del video, questa posizione viene confermata dallo psicologo Richard Lippa della California State University di Fullerton, già intervistato nel corso dell’episodio per via di una ricerca sociologica condotta su scala mondiale che confermerebbe la distanza di interessi tra uomini e donne: “Nei paesi più egualitari dal punto di vista del genere, come la Norvegia, tu sei più libero di seguire le tue inclinazioni” (traduzione mia). Prosegue, perciò, parlando dei paesi “più poveri”, come l’India, in cui un individuo vuole solo avere un posto di lavoro, per cui non si preoccupa di scegliere un ambito specifico. Secondo la sua opinione, negli Stati Uniti o in Europa si è più liberi di decidere di lavorare secondo i propri interessi, ergo le differenze di genere sono più evidenti perché gli uomini e le donne hanno “naturalmente” interessi differenti.

Image by London Student Feminists (Creative Commons License)

Image by London Student Feminists (Creative Commons License)

Global Gender Gap

Secondo il Global Gender Gap formulato dalla fondazione svizzera World Economic Forum, da cui è tratta la griglia utilizzata dal documentario, nel 2014 la nazione con il più basso indice di divario di genere è l’Islanda, seguita da Finlandia e Norvegia. Su 142 paesi, l’Italia è al sessantanovesimo posto, tra il Bangladesh e la Macedonia. Si tratta di uno dei più bassi posizionamenti per un paese europeo. Nella tabella del 2008, ossia quella utilizzata da Harald Eia, la Norvegia è effettivamente prima, mentre l’Italia è al sessantasettesimo posto su 130 paesi coinvolti, stretta tra Lussemburgo e Vietnam.

Non si capisce, in virtù di questo, quale senso abbia la diffusione di tale documento visivo, in Italia soprattutto, e quale motivo, fuori dalla disonestà intellettuale, porti le associazioni contrarie alla così detta “teoria gender” a perseverare nell’uso indiscriminato di qualcosa che non riguarda gli italiani, avendo come tesi la disparità di studi accademico-scientifici tra Norvegia e mondo anglosassone. Si pensi al fatto che, per altro, gli studi di genere in Italia non sono così evoluti. Per esempio, le traduzioni in italiano di Judith Butler, la principale esponente statunitense dei gender studies, e conseguente pubblicazione dei suoi lavori sono avvenute a partire dal 2006, fatta eccezione per un solo testo, mentre Butler conduce alcune delle sue ricerche più incisive già alla fine degli anni Ottanta.

In più, soprattutto facendo riferimento all’area cattolica, non si capisce questo grande attaccamento alle scienze sociali che, come dice Campbell a Eia, sono spesso legate all’evoluzionismo. Da quando Darwin è entrato nelle grazie vaticane? Che fine ha fatto il creazionismo? E il “maschio e femmina li creò”? Si può parlare, io credo, di doppio standard o, se si vuole, più semplicemente di “due pesi e due misure”. Senza mezzi termini: si tratta di una strategia retorica vuota e disonesta. L’uso della parola “strumentale” è, perciò, doveroso.

Infatti, non volendo entrare nel dibattito scientifico in sé e basandosi solo sulle testimonianze di Campbell e di Lippa, oltre che sui dati cui si è fatto riferimento, una logica basilare imporrebbe, all’interno del discorso anti-femminista di stampo reazionario e cattolico, per esempio, di impegnarsi nell’azzerare la “vera” ideologia di genere secondo i costrutti sociologici, ossia il divario tra i generi. In tal modo si potrebbero far prevalere le “inclinazioni” della “predisposizione genetica” sulle costruzioni sociali che definiscono “culturalmente” i generi. Si può dubitare, in ultimo, del fatto che i ricercatori che lavorano su una base epistemologica “naturalistica” vogliano necessariamente una società come quella chiesta da questa destra italiana e da questi gruppi cattolici. Una società, cioè, che è basata solo ed esclusivamente su un credo incoerente, disonesto e trascendente fino addirittura a incorporare in sé il double standard, anche nella sua accezione morale.

Riferimenti

Il documentario di Herald Eia è presente, nella sua integralità, ove necessario sottotitolato in inglese, su piattaforme video quali youtube e dailymotion. Sia detto en passant, il poco convincente terzo episodio è dedicato all’orientamento sessuale. Inoltre, come scritto in precedenza, la prima puntata è presente anche sottotitolata interamente in italiano e di solito si trova la versione a cura di un canale video che rimanda alla giornalista cattolica e conservatrice Costanza Miriano, tradotto da Caterina Masso e Benedetta Scotti.

I documenti del World Economic Forum sono presenti sul sito internet della stessa fondazione svizzera. Invece, l’intero Gender Gap Report del 2008 che si cita in Hjernevask, da cui è tratta la tabella 3a alle pagine 8 e 9, è recuperabile in formato pdf qui; il Gender Gap Report completo del 2014 è recuperabile qui, sempre in formato pdf e la tabella è sempre alle pagine 8 e 9.

Sulla rete si sostiene che, in seguito alla serie di Eia, il Nordic Gender Institute sia stato chiuso. Ciò non è vero, poiché è stato solamente ristrutturato, come dimostrato qui. Attualmente si tratta di un organismo che coinvolge più nazioni nordeuropee con sede in Svezia. Qui il loro sito in inglese.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...