Le lettere e le parole: Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo, Il Cairo, 1994

I diritti delle donne

Nel settembre del 1994, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) coordinò la terza Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo, dopo quelle tenute nel 1974 a Bucarest e nel 1984 a Città del Messico. La Segretaria Generale della Conferenza del 1994 fu la Direttrice Esecutiva del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), Nafis Sadik.

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Nafis Sadik

Poco prima dei lavori preparatori, Sadik affermò la necessità di regolare l’aborto e di renderlo sicuro nei casi di stupro e di incesto. Credeva, infatti, che si trattasse di un discorso largamente condiviso all’interno dei dibattiti mondiali sulla legalizzazione dell’aborto e che, dunque, necessitasse di far parte dei lavori e del documento finale della Conferenza. Il 16 marzo del 1994, attraverso un comunicato, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti fece sapere di considerare un diritto delle donne l’aborto sicuro, legale e volontario, da non limitare solo nei casi citati da Sadik. In virtù di tutto questo, il Vaticano cominciò a preoccuparsi, ritenendo opportuno cercare un appoggio nei paesi cattolici e non cattolici che potessero essere contrari tanto alla legalizzazione dell’aborto pensata dalla direttrice della UNFPA, quanto a quella voluta dagli Stati Uniti.

Il 1994, d’altronde, era l’Anno della Famiglia per la Chiesa Cattolica. Il 2 febbraio, infatti, fu pubblicata la Lettera alle Famiglie scritta dal Pontefice, cioè Papa Giovanni Paolo II, in cui si ribadiva il senso dell’unione tra donna e uomo come passo verso la riproduzione. Le donne sono viste come genitrici che devono essere sorrette dalla “responsabilità” maschile degli uomini, i quali devono riconoscere i loro ruoli di marito e padre. In più, attaccando la società “del godimento”, il Papa fa riferimento a non meglio precisati “programmi di educazione sessuale, introdotti nelle scuole”, al “sesso sicuro” (dunque i contraccettivi) che sarebbe, per la persona, “radicalmente non-sicuro, anzi gravemente pericoloso” e a “tendenze abortiste” – tutti elementi che minerebbero, alla base, le fondamenta della famiglia. Si tratta di ritornelli che trovano spazio ancora oggi, a vent’anni di distanza, nelle strategie oppositive su tematiche contrarie alla dottrina cattolica.

Papa Giovanni Paolo II in visita all'ONU, 1995

Papa Giovanni Paolo II, in occasione del discorso tenuto all’ONU il 5 ottobre 1995

L’incontro con il Papa

Proprio in vista della Conferenza, comunque, Nafis Sadik aveva già organizzato un incontro privato con Papa Giovanni Paolo II, seguendo l’esempio del suo predecessore Rafael M. Salas, Segretario Generale alla Conferenza sulla Popolazione del 1984. La data fissata era il 18 marzo 1994, due giorni dopo il comunicato degli Stati Uniti.

Al suo ritorno a New York, Sadik si limitò a riferire agli altri membri della Segreteria che il Papa non si era concentrato sulla questione dell’aborto, bensì, piuttosto, sulla definizione della famiglia e sul ruolo delle donne all’interno della cornice morale e della legge di natura, così come cristianamente intese. Dal suo canto, ella disse di aver insistito sui bisogni di salute delle donne nei paesi in stato di povertà e aggiunse, altresì, di aver chiesto alla Chiesa di impegnarsi su due fronti: primo, avere maggior impatto sulle responsabilità morali degli uomini e, secondo, aiutare a preservare la dignità di uomini, donne, ragazzi e ragazzi all’interno delle coppie e della famiglia.

Il Papa, invece, agì contrariamente alle aspettative di Sadik e a quanto con lei accordato, giacché fu deciso di non indire alcuna conferenza stampa. Subito dopo l’incontro, infatti, Giovanni Paolo II scrisse e diffuse mediaticamente una lettera, a lei indirizzata, in cui si concentrò sulla condanna dell’aborto, definito un “male nefasto” tout court. Il giorno dopo, convocò tutti gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede per spiegare la posizione della Chiesa.

Il 19 marzo, inoltre, il Papa scrisse ancora una lettera, indirizzata a tutti i capi di Stato e a Sadik, per ribadire, per l’ennesima volta, la sua contrarietà al documento in preparazione per la Conferenza sulla Popolazione che fu, per lui, una “dolorosa sorpresa”. Si trattava di una strategia comunicativa che fu utilizzata solo un’altra volta nella storia, cioè da Papa Benedetto XV nel 1917, il quale scrisse ai capi dei popoli belligeranti per fermare la Prima Guerra Mondiale. Come se non bastasse, la stessa lettera fu letta dal Cardinale Angelo Sodano, segretario dello Stato del Vaticano, all’Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi il 21 aprile. Come sottolineato dal prete gesuita Thomas J. Reese, il Papa decise di fare pressioni a partire dalle gerarchie, sia ecclesiastiche sia laiche, utilizzando tutte le risorse in suo possesso e tutte le tattiche ostruzionistiche possibili all’interno delle regole dell’ONU. Come mossa finale, infatti, a partire da giugno e sempre per impedire la presunta apertura alla legalizzazione dell’aborto, la Santa Sede strinse legami con gli integralisti musulmani, contattando prima i paesi islamici moderati, poi inviando nunzi apostolici in due paesi islamici fondamentalisti, l’Iran e la Libia.

Dunque cominciarono, effettivamente, gli scontri tra ONU versus Vaticano, da una parte, e Stati Uniti versus Vaticano dall’altra; scontri che porteranno, poi, a dover trovare un compromesso per l’accettazione unanime del documento ufficiale della Conferenza del Cairo così come previsto dalla procedura delle Nazioni Unite. Si dovette specificare, cioè, il carattere generale in materia di aborto come semplice raccomandazione per gli Stati, riducendo anche il discorso a una maggiore attenzione alla prevenzione e restando fuori da una logica di pianificazione familiare e di controllo delle nascite.

Le reazioni a questa ingerenza furono molteplici e in molti si chiesero se la Santa Sede fosse a capo del mondo. Tra questi, per esempio, vi fu proprio il Ministro della Popolazione egiziano, Maher Mahran, ossia la voce istituzionale più implicata nell’ospitare l’evento. Alla fine, poi, anche il Parlamento Europeo si espresse, affermando che la Conferenza perse, man mano, il suo obiettivo reale, ossia quello di riflettere sulla popolazione e sullo sviluppo, come già specificato nel nome: “[Il Parlamento Europeo] deplora che in occasione della Conferenza del Cairo la questione dell’aborto, così come prospettata dal Vaticano e dagli integralisti mussulmani, sia riuscita a sviare la discussione, facendo trascurare una riflessione più approfondita sui problemi dello sviluppo e della sovrappopolazione”.

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Temi della Conferenza furono, dunque, l’educazione, la riproduzione, il controllo delle nascite e, in conseguenza, la sessualità, con l’obiettivo di indagare e ridurre i problemi causati dalla sovrappopolazione mondiale. Si fece riferimento, perciò, al controllo demografico, alla riduzione della mortalità infantile e soprattutto alle questioni legate alla salute, dando spazio a quella sessuale e ai diritti riproduttivi. Per la prima volta, in definitiva, ci si occupò a livello mondiale e istituzionale di parità di genere e sessualità, eliminando l’associazione della donna al suo essere vista esclusivamente nei ruoli di madre e genitrice, considerandola, invece, nella sua totalità, dotata di un corpo e di una volontà “proprie” – di un’autonomia – che si inseriscono all’interno di un discorso più ampio sulla popolazione. Come nota la presidente della International Women’s Health Coalition, Françoise Girard, si trattò di un attacco frontale all’isterizzazione storica della figura femminile, così come già analizzata dal filosofo francese Foucault nella metà degli anni Settanta.

Inoltre, per la prima volta, molte Organizzazioni Non Governative (ONG) presero posto nella sala conferenze dell’ONU attraverso alcuni rappresentanti, dando uno spazio più ufficiale e universale a voci internazionali “nuove” e non legate, necessariamente, alle istituzioni. Alla Conferenza vi partecipò, in questo modo, la femminista cattolica e membro dell’Opus Dei Dale O’Leary, perché allertata dalle parole del Papa, insieme ad altri gruppi pro-life. Infatti, nell’attività di lobbying delle ONG all’interno dei lavori dell’ONU, il 1994 vede l’inizio dell’incremento di partecipanti conservatori e cattolici in difesa dei diritti della famiglia tradizionale e dei precetti cristiani.

La delegazione della Santa Sede fu, invece, rappresentata dal cardinale Renato Raffaele Martino. Congiuntamente a paesi arabi e latino-americani, Martino si oppose a una serie di idee che, a parer loro, sembravano continuare a richiamare la legittimità dell’aborto, oltre che la permissività ai metodi contraccettivi. Inoltre, nell’elaborazione del documento finale, in contatto continuo con il Papa, la delegazione della Santa Sede si disse contraria all’utilizzo di parole come “famiglie”, “unioni” e “famiglie in tutte le loro forme”, da sostituire con il costrutto di “famiglia”, una, singola, composta da un uomo e una donna, e alla parola “individui”, da modificare con il concetto di “coppia”. Ovviamente, diversi paesi africani e islamici non appoggiarono queste ultime richieste, perché favorevoli a una legittimazione delle famiglie poligamiche, cioè di nuclei sociali presenti nei loro paesi.

Invece, il ruolo dell’individuo era legato al semplice fatto che il documento respingeva un approccio demografico e populazionista per dare risalto ai diritti delle donne e portare, così, a una riflessione globale che incidesse sul problema della sovrappopolazione. Pertanto, la base del discorso restò sempre ancorata alla riproduzione “naturale” e a un’idea eterosessuale della società, nonostante le richieste di alcune femministe lesbiche di allargare e precisare il discorso sui diritti sessuali. Infatti, non mancando di tattica, la Santa Sede espresse il suo disappunto anche sull’uso del termine “gender”, ossia genere, anziché “sex”, cioè sesso, poiché sembrava un modo oscuro per parlare di omosessualità, mentre, per la Chiesa, i sessi sono solo due, maschile e femminile, e l’atto sessuale consentito è solo quello eterosessuale. Per inciso, la parola “gender” fu utilizzata nei documenti dell’ONU già nel 1985, durante la terza Conferenza Mondiale sulle Donne tenuta a Nairobi, ma non creò problemi alla Santa Sede perché accostata per lo più al termine “discrimination”, discriminazione, non sollevando domande sull’interpretazione: i gender studies non erano ancora stati sviluppati.

Comunque sia, poiché l’approvazione del documento doveva avvenire all’unanimità, diverse modifiche furono apportate in seguito alle obiezioni della Santa Sede. Per esempio, a proposito di diritti sessuali, la dicitura “rispetto per la sicurezza della persona e l’integrità del corpo fisico” fu cambiata in “totale rispetto per l’integrità fisica del corpo umano”, eliminando qualsiasi riferimento, per quanto remoto, a una possibile apertura alla legalizzazione dell’aborto. Si preservò, in questo modo, il pensiero del Vaticano su parte dei temi “bioetici” che sono il cavallo di battaglia di molte ONG dette pro-life, alcune delle quali già presenti alla Conferenza del 1994, e dell’Opus Dei.

In sostanza, pian piano fu sotto attacco tutto ciò che riguardava la sfera della sessualità e si trattò di un attacco sferzato da parte soprattutto di delegazioni di paesi islamici e cattolici, come quelli latino-americani. A riguardo, per i paesi latino-americani, una voce difficilmente poteva essere modificata, ossia quella della “salute sessuale”, vista la pandemia dovuta all’HIV e all’AIDS nei paesi del Sud America – che, in un qualche modo, andava risolta, anche appoggiando l’uso di contraccettivi “artificiali”.

Verso la Conferenza Mondiale sulle Donne del 1995icpd_poa_bg

La Conferenza del 1994 fu, infine, etichettata da Papa Giovanni Paolo II come “attacco all’umanità” e dai paesi islamici come “opera del diavolo”, giacché sembrava aprire la strada all’istituzionalizzazione della “libertà di scelta” delle donne, in particolare per le pratiche abortive e per i diritti sessuali, nonostante le rassicurazioni dell’ONU che dovette, alla fine, inserire nero-su-bianco il carattere indicativo e generico nel preambolo del Programma d’Azione, ossia del documento finale. In alcun modo, viene precisato, si voleva interferire con le politiche di ogni paese, né, tanto meno, si volevano attaccare i diversi retroscena culturali, i diversi principi etici e le diverse confessioni religiose. Il documento fu, in questo modo, approvato all’unanimità dai 179 paesi coinvolti, arrestando un processo di blocco avviato in particolare dalla Santa Sede. Lo Stato pontificio, però, ci tenne comunque a fare qualche considerazione finale a margine, poiché riferimenti all’aborto e ai diritti sessuali continuavano a permanere, senza essere del tutto eliminati come auspicato.

In più, da parte del Vaticano, il sospetto fu che le femministe “radicali” monopolizzassero gran parte dei discorsi, tanto che, in seguito alla Conferenza del 1994 e anticipando quella sulle donne del 1995, il Papa scrisse ancora un’ennesima lettera, ossia la Lettera alle donne cui molte organizzazioni e molte persone cattoliche fanno riferimento ancora oggi, a distanza di vent’anni: la donna è innanzitutto genitrice, madre, sorella, figlia, dotata di un suo proprio “genio femminile” utile alla riproduzione. Ovviamente, in questa lettera, l’interpretazione della società è sempre soggetta alla divisione in soli due soli sessi, ossia maschile e femminile, la cui unione davanti a Dio, attraverso il matrimonio, genera prole, per complementarietà fisica e di “genii”. Si potrebbe dedurre che il Vaticano permetta una vera evoluzione solo delle strategie politiche e comunicative per veicolare, invece, lo stesso contenuto millenario e dogmatico.

Riferimenti

Per la ricostruzione dei fatti, mi sono appoggiato in particolare sui seguenti testi:

McIntosh, C.A. & Finkle, J.L., “The Cairo Conference on Population and Development: A New Paradigm?”, Population and Development Review, Vol. 21, No. 2 (Jun., 1995), pp. 223-260, reperibile qui in formato PDF;

Girard, F., “United Nations – Negotiating Sexual Rights and Sexual Orientation at the UN”, in Parker, R., Petchesky, R. & Sember, R. (Eds.), SexPolitics: Reports from the Front Line, Rio de Janeiro, Sexuality Policy Watch, 2007, pp. 311-358, reperibile qui in formato PDF;

Meyssan, T., “L’action diplomatique de Jean Paul II contre les femmes”, Réseau Voltaire, 5 avril 2005 [online], reperibile qui in francese, in spagnolo e in arabo;

Reese, T. J., Inside the Vatican: The Politics and the Organization of the Catholic Church, Cambridge, Harvard University Press, 1996, pp. 263-265;

Crossette, B., “Vatican Holds Up Abortion Debate at Talks in Cairo”, The New York Times, september 8, 1994, reperibile qui.

Qui è reperibile la lettera di Papa Giovanni Paolo II a Nafis Sadik; qui la lettera del Papa indirizzata ai capi di Stato e a Sadik; qui il discorso del Cardinale Sodano.

Qui, invece, è possibile scaricare il Programma d’Azione in una speciale versione del 2014 a vent’anni di distanza dalla Conferenza del Cairo. Il documento è disponibile in inglese, in francese, in spagnolo, in russo e in arabo; alle pagine 278-280 è possibile leggere le osservazioni della delegazione della Santa Sede. Qui, invece, la dichiarazione del Cardinale Martino sul Programma d’azione finito; qui le osservazioni della Santa Sede; qui la risoluzione del Parlamento Europeo sulla Conferenza del Cairo.

Inoltre, qui è possibile leggere la Lettera alle Famigliequi la Lettera alle Donne e qui le considerazioni di Dale O’Leary sulla Conferenza del Cairo.

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