Di chi parliamo quando parlano di gender [2]

La lobby Scienza e Vita

What they want is commonly referred to as theocracy
And what that boils down to is referred as hypocrisy
John Grant – Glacier

Se nella prima parte mi sono dedicato alla ricostruzione delle reti cattoliche a partire dalla costituzione del “Comitato Scienza & Vita” nel 2005, adesso mi concentro sulla sua trasformazione in associazione. Questa, negli ultimi tempi, è divenuta una dei principali nemici della mitologica “teoria del gender”. Ho cercato di capire perché e in quale misura essa sia parziale nell’interpretare il reale, considerando le continue relazioni con il Vaticano. La domanda che mi sono posto è: che cosa accade in lungotevere dei Vallati, Roma?

PARTE II

Scatole cinesi

Ciò che qui sto cercando di dimostrare è la strettissima vicinanza della CEI e dell’Opus Dei a tutte quelle persone che hanno formato il “Comitato Scienza & Vita”; allo stesso tempo, tento di gettare un po’ di luce sulle relazioni tra i vari organismi più o meno laici. Infatti, la traiettoria associazionistica segue quella del dibattito pubblico: da un attacco contro i diritti sessuali delle donne si arriva, senza troppi intoppi, all’attacco contro i diritti civili delle persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans e Intersessuali (LGBTI); da un attacco puramente cattolico alle rivendicazioni femministe si arriva dritti dritti alla difesa del senso della famiglia tradizionale, aggredendo vieppiù tutti quei soggetti che devono essere esclusi secondo i canoni della Chiesa. Si tratta di un processo che ha travolto e portato a emblema la parola gender, trasformandone a piacimento il significante da aggettivo a sostantivo – e viceversa – e il suo significato da griglia astratta e concettuale ad azioni reali e tangibili – e viceversa. Il termine, così, finisce per contenere in sé un grande percorso storico, sociale e politico che parte dagli anni Sessanta e arriva ai giorni nostri; un percorso attraversato soprattutto da studi accademici di cui in Italia si ha, spesso e volentieri, poca stima e poca conoscenza.

In più, se, da un lato, la concettualizzazione cattolica della parola gender è partita dalla Conferenza del Cairo del 1994 (la strategia retorico-discorsiva), dall’altro la messa in pratica degli indebolimenti socio-politici progressisti è avvenuta attraverso la rete di potere, anche evidente, del Vaticano (la strategia politico-associazionistica). E, d’altronde, gli attori sociali che vediamo pronunciarsi contro i matrimoni gay sono gli stessi che hanno portato e portano avanti cause antiabortiste e contro i diritti sessuali delle donne. Alimentate soprattutto dal “mediatico” Papa Giovanni Paolo II, le due strategie messe in moto dal Vaticano entrano in collisione diretta con lo Stato italiano, generando un continuo fiorire di associazioni e di comitati laici, ma comunque religiosi, che fungono da organi politici di comunicazione e di azione su un suolo che non è governato dalla Santa Sede.

Queste realtà, spesso, vengono vissute come indipendenti, nonostante i travasi ininterrotti di persone e di enti, poiché la sintesi dei mass-media riporta solo la superficie nominalistica: il ruolo che un individuo o un organismo ricopre è l’identità politica che possiede limitatamente al contesto del qui-e-ora. Per le linee generali dell’informazione, importa poco se lo stesso attore ha mille altre identità politico-sociali nel medesimo momento, mentre noi abbiamo visto come, di fatto, dietro molte realtà contrarie all’aborto, alla procreazione assistita e ai diritti civili per le persone LGBTI ci siano gli stessi volti e le stesse associazioni, in un gioco di scatole cinesi benedetto e alimentato dal potere ecclesiastico. Come suo supporto, questa disfunzione deve molto alla mancanza di un’informazione plurale e libera: i media in Italia sono spesso piegati al grande potere economico-politico della Chiesa e il referendum abrogativo del 2005 ne fu, chiaramente, un esempio. Molto semplicemente, si può supporre che se un gruppo di cittadini qualsiasi avesse fondato un comitato come quello di “Scienza & Vita”, nessun organo nazionale ne avrebbe dato notizia nel giro di pochi giorni.

Questa è l’Italia che vogliamo? Quali sono le regole sotterranee che non vengono fuori? Per esempio, una inchiesta della “Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti” (UAAR) tenta di capire, da tempo, quali sono i costi della Chiesa per lo Stato italiano e a quanto ammontano. Sulla homepage del sito di “Scienza & Vita”, al contrario, potete trovare informazioni per donare l’otto per mille alla Chiesa Cattolica oppure su come regalare qualche spiccio all’associazione, se mai non dovessero soddisfarvi la perdita economica dovuta ai contributi statali e agli accordi con il Vaticano. Allora, che cosa diciamo quando diciamo “lobby”? E quando omettiamo di dirlo? Che cosa accade quando, nel complesso giro di enti e di entità, basta essere a capo di una realtà associativa ben supportata per avere accesso alla comunicazione di massa? Che cosa succede quando si omettono le radici dell’avviamento di un organo politico? Perché, nell’epoca di Internet, è sufficiente essere fantasmatici per essere così concreti? E per quale motivo si permette un tale riversamento di odio nei confronti di altri soggetti, senza che mai si dica: “Adesso basta, le regole dello Stato le decide il popolo perché questa è una democrazia, non una teocrazia!”?

Scienza e Vita

Quando, dal 2013 a oggi, abbiamo visto un ritorno delle stesse associazioni di sempre nel dibattito pubblico sui diritti civili per le persone omosessuali, pochi hanno ricordato come fu proprio la CEI a costituire uno degli attori principali della discussione, ossia “Scienza & Vita”. Negli anni un po’ più silenziosi, mentre pian piano ci si dimenticava del referendum, quello che era un comitato è divenuta associazione, attuando un meccanismo di scatole cinesi e confondendo ulteriormente le carte. Grazie al Servizio Informazione Religiosa (SIR) nato con il “supporto” della CEI, per esempio, possiamo sapere che il Comitato avviò le proprie attività grazie “al generoso contributo di movimenti e associazioni”, ancor prima di lanciare la campagna di autofinanziamento. E, ancora, sempre sul sito del SIR, possiamo scoprire come la rete nazionale del Comitato si sparse su tutto il territorio statale fin dall’inizio.

Le strutture “derivate” dovevano cercare di rispettare la suddivisione in regioni, province e comuni; non c’era bisogno di un atto costitutivo formale né di un Codice Fiscale né della tenuta di registri vidimati “o materiale del genere”, perché tanto non dovevano avere soggettività giuridica e fiscale; non si doveva riproporre qualcosa di già esistente, come un movimento o un’associazione votati alla bioetica, ma allo stesso tempo si invitava ad avere una sede in un punto di riferimento simile sul territorio; non c’era bisogno che le rappresentanze esterne fossero competenti e specializzate, ma bastava essere “tra le persone più autorevoli e stimate dalla Comunità locale”. Insomma, tutto finiva a fare il gioco della CEI, secondo le regole dettate da essa.

20150114_88078_vallati5Ciò che, infatti, è rischiarante è la scelta della sede romana, quella in cui il “Comitato Scienza & Vita” centrale ha rogato l’atto costitutivo e lo statuto il 23 febbraio 2005 (dunque giorni dopo l’annuncio ai media!). Ossia Lungotevere dei Vallati, numero civico 10. Attualmente all’indirizzo risultano esservi le sedi legali della “Associazione Scienza & Vita”, del “Forum delle Associazioni Familiari”, della “Associazione Amici dei Bambini” (Ai.Bi.) romana, della federazione di associazioni cattoliche “Retinopera”… Poco più distante, ma nello stesso stabile, ossia al numero 2, vi sono il “Movimento per la Vita” e tutti i suoi annessi e connessi: il CAV, il “Comitato Uno di Noi” voluto da Carlo Casini e figlia, la Società Cooperativa “Giorgio La Pira ONLUS” che è editore del giornale del MpV “Sì alla Vita”, lo stesso giornale… Ecco, dunque, sono tutti nello stesso complesso. Come mai?

Il palazzo all’inizio del Lungotevere di Vallati, compreso tra via dei Pettinari e via del Conservatorio, è di proprietà del Vicariato di Roma, non sappiamo se interamente o parzialmente. Ma sappiamo, per esempio, che allo stesso numero civico 2 vi è cresciuto l’attore e regista Carlo Verdone, come egli stesso ha raccontato nel libro del 2012 La casa sopra i portici. All’inizio del romanzo, Verdone spiega che dovette ridare al Vicariato le chiavi dell’appartamento in seguito alla morte della madre, poiché “[i]l Vaticano la diede in affitto nel 1930 agli Schiavina, la famiglia di mia madre Rossana”. Oltre all’autobiografia dell’attore, in cui viene raccontata la vita quotidiana di una famiglia in quel complesso, una descrizione storica la si può leggere qui.

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