Di chi parliamo quando parlano di gender [3]

Scienza e Vita: Pagine di odio

There’s plenty of hate for everybody. Rally around the flag.
Percival Everett – Wounded

Nelle parti I e II, abbiamo visto come alcune reti cattoliche funzionino come scatole cinesi, soprattutto se si tengono in conto il ruolo della CEI e del Vaticano, di cui abbiamo tentato di esplicitare la presenza tentacolare. Il principale organismo sul quale ruotavano gli articoli è stata l’associazione “Scienza & Vita”, che nacque come comitato per invitare all’astensione per il referendum sulla procreazione medialmente assistita. Adesso, invece, ci occuperemo delle retoriche dell’odio e di come vengono mascherate con argomenti parascientifici, in modo tale da sentirsi meno mostruosi e così da rigettare e contrastare, in particolare, l’accusa di omofobia. Il punto di partenza sarà il secondo numero dei Quaderni pubblicati da “Scienza & Vita”, dedicato al tema dell’identità di genere.

PARTE III

I quaderni dell’odio

“Scienza & Vita” si propone come ente culturale e informativo che vuole contrastare sia le battaglie di matrice femminista sui diritti sessuali e sulla salute sessuale, sia ogni rivendicazione politica e civile da parte della comunità formata da Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans e Intersessuali (LGBTI). Eppure, nell’ultimo decennio, lo strumento di contrasto ai movimenti LBGTI è soprattutto la diffusione a-scientifica e populista, oltre che distorta, dei gender studies e dei queer studies, nati in seno agli studi filosofico-scientifici francesi e anglosassoni e che, negli ambienti cattolici, sono stati ribattezzati all’uopo “teoria del gender” (a partire dalla metà degli anni Novanta) oppure “ideologia del gender” (a partire dall’inizio degli anni Duemila). Questo lavoro di traduzione errata e demagogica lo si deve, in origine, alle spinte di Papa Giovanni Paolo II, in particolare dopo le Conferenze organizzate dall’ONU sulla popolazione e lo sviluppo nel 1994, al Cairo, e sulle donne nel 1995, a Pechino.

Si tratta di spinte che si sono concretizzate soprattutto nel lavoro dell’area politico-associativa creata e/o alimentata dal Papa “mediatico”: Opus Dei e Pontificio Consiglio per la Famiglia, da una parte, e associazionismo cattolico più o meno nazionale, dall’altra. In questi ultimi post, gli sforzi di questo blog si stanno concentrando sul secondo ramo, ossia sulle associazioni e i comitati sorti in particolare sul territorio italiano, cercando di delineare una carta delle relazioni e delle strategie congiunte tra tutti gli organismi cattolici. Nonostante sia difficile poter disgiungere tutte le creature nate all’interno della o direttamente dalla Santa Sede, poiché esse si richiamano a vicenda, al momento ci si fermerà a ciò che richiede urgenza sociale e politica. “Scienza & Vita”, per esempio, ci aiuta nel capire la struttura della rete cattolica perché rimane, a suo modo, abbastanza centrale: punto d’osservazione privilegiato, essa è proprio una specie di ponte diretto tra il Vaticano e la destra, tra l’Opus Dei e il complottismo, tra le politiche delle lobbies cattoliche in Italia e all’estero, in particolare in Francia e negli Stati Uniti.

copertina_26D’altra parte, “Scienza & Vita” aveva già tentato di introdurre nel dibattito pubblico italiano i concetti di “teoria di genere” e “ideologia di genere” nel 2007, anno in cui pubblicarono il secondo volume dei Quaderni da loro curati, e nell’aprile del 2008, quando l’associazione locale di Firenze organizzò un convegno dal titolo “L’ideologia del gender: maschio e femmina, natura e cultura”. A tal proposito, si tenga a mente che i testi cardine della principale teorica dei gender studies, Judith Butler, vengono pubblicati in Italia a partire dal 2006, proprio mentre il primo disegno di legge sulle unioni civili tentava di concedere alcuni diritti civili alle coppie conviventi, anche dello stesso sesso (i così detti Di.Co.), e contemporaneamente si cercava di raccapezzarsi sul reato di omofobia. In formato PDF, potete trovare il secondo volume dei Quaderni di “Scienza & Vita” qui e gli atti del Convegno organizzato da “Scienza & Vita Firenze” qui.

Al di là delle varie castronerie scritte all’interno dei due documenti, in cui c’è tutto un miscuglio tra identità di genere e orientamento sessuale, è interessante notare la bibliografia proposta all’interno dei Quaderni (quasi identica, è anche ribadita negli atti del convegno, in calce al contributo della storica Lucetta Scaraffia, moglie dell’editorialista del Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia). Vi sono presenti Maschi e femmine?, l’unico testo in italiano – fortunatamente – della giornalista e lobbista vicina all’Opus Dei, Dale O’Leary, e due libri sull’omosessualità in salsa cattolica. Il primo è del teologo francese Xavier Lacroix, collaboratore del Vaticano e membro del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ed è sul senso del matrimonio come origine della riproduzione “naturale”. L’altro è dello psicologo statunitense Joseph Nicolosi, Oltre l’omosessualità, pubblicato in Italia per i tipi cattolicissimi della casa editrice San Paolo. Qualora lo ignoraste, fate bene. Tuttavia, ci serve che voi sappiate che Nicolosi è quel pazzo che si arricchisce proponendo le così dette “terapie riparative”, ossia il fantasioso rientro degli omosessuali sulla retta via, quella dell’eterosessualità. Sintetizzando, si tratta delle terapie di quel Luca che era gay, ma che adesso sta con lei grazie a Nicolosi e all’Opus Dei.

Credo che bastino questi pochi indizi per capire di che cosa stia parlando “Scienza & Vita”. Si fa uso di strumenti parascientifici e cattolici per dimostrare l’a-scientificità di una teoria inventata quasi a tavolino pur di recuperare un terreno perso, facendo leva sull’ignoranza delle persone che non frequentano le aule universitarie. Perché sul terreno del progresso, soprattutto scientifico, non attecchiscono le idee di Nicolosi: sono state confutate tutte, ritenute dannose e pericolose per le persone coinvolte. Eppure, da qualche parte bisogna decorare l’accusa di omofobia e mascherare il bisogno di sentirsi meno mostri, per cui ci si perde in parole che tentino di rassicurare la propria sudditanza aprioristica alla dottrina della Chiesa. Esattamente quello che fa da sempre anche la su citata Dale O’Leary, amica e grande fan di Nicolosi, anche nel momento in cui ha cercato di dimostrare che il più emblematico omicidio per omofobia, in realtà, era un “semplice” omicidio legato alle sostanze stupefacenti.

I crimini d’odio

A leggere bene tra le righe, l’affermazione per cui qui si dice: “Non sono omofobo ma…” sottintende una possibile argomentazione a un errore che si presume essere più o meno sistemico. Chi parla, cioè, difende le sue parole in anticipo, cercando di mettere gli altri nella posizione di dover ascoltare per un principio di libertà e rispetto perché, in fondo, non hanno capito. Così facendo, quell’accusa di omofobia, nata essenzialmente per difesa, finisce con l’essere contestata già prima che si presenti – come se fosse nata dal nulla o come se non ci fosse stato un processo aggressivo, anche solo mentale, già prima della sua formulazione. Infatti, con questo stratagemma retorico, si spazza via la voce della “vittima” che porta una propria, diversa soggettività in positivo. Il risultato finale è che l’accusa di omofobia si trasforma in qualcosa di puramente istintuale, approssimativo e pretestuoso, magari basato su ideologie introiettate ma di fatto infondate. Se qualche folgorato, poi, prova a elaborare il seguito della dichiarazione, può finire col dire: “Non sono omofobo, ma sono loro che sono omosessuali”, credendo di aver, finalmente, avuto ragione. Ecco, dunque, i deliri di chi segue questa retorica di colpevolizzazione della vittima con l’uso di strumenti parascientifici e un linguaggio all’apparenza comprovato e razionale, nonostante la presenza di corpi distrutti.

Matthew Shepard

Matthew Shepard

Nell’ottobre 1998 a Laramie, nello stato del Wyoming, lo studente omosessuale, Matthew Shepard, fu torturato, legato a un palo e lasciato morire perché, dissero i due ragazzi che lo aggredirono, egli fece delle avances e loro non seppero come reagire senza andare di matto. O’Leary spiegò che la colpa di questa disumanità era da imputare ai cattolici e ai terapeuti che, dagli anni Sessanta, avevano tutti i mezzi per reindirizzare l’orientamento sessuale, solo che non l’avevano fatto pur di non immischiarsi in questioni “sgradite”. Fu loro la colpa, scrisse, se gli omosessuali volevano tornare eterosessuali ma non sapevano come e, invece, alla fine si son beccati l’AIDS. E, quindi, concluse: “Finché noi, popolo di Dio, ci pentiamo per i nostri fallimenti, come possiamo essere dei testimoni per coloro che lottano con questa terribile tentazione? Loro hanno una scusa, soffrono di un disturbo della crescita. Noi non ne abbiamo” (traduzione mia). Giuro. Scrisse questo e, se ne avete lo stomaco, potete leggerlo qui, sotto il titolo “Matthew Shepard”. Evidentemente, i cattolici del Wyoming non lessero le sue parole da pentimento ipocrita e, anzi, furono molto violenti dopo la morte di Shepard.

Non preoccupatevi però, perché, nove anni dopo, anche O’Leary non si fermò a quelle parole da mea maxima culpa. In un articolo contro i crimini d’odio basati sull’orientamento sessuale, ella sostenne, infatti, che la causa dell’omicidio dello studente non fu l’omofobia, no, non si trattò di un crimine d’odio, no. Più semplicemente – chiosò – i due aggressori erano strafatti di metanfetamine. La sua affermazione precedette il revisionismo più completo di qualcuno, cioè del giornalista Stephen Jimenez, il quale nel 2013 scrisse persino un libro su tutta la questione. D’altronde, furono gli stessi assassini a cambiare la loro posizione omofoba in un approfondimento televisivo infame del programma prodotto e scritto, guarda caso, da Jimenez. In fondo, meglio tossici che gay.

Dale O'Leary

Dale O’Leary

La differenza però è nella cornice teorica aggiunta da O’Leary nell’articolo. Secondo lei, questa versione è di gran lunga più evidente e corretta quanto più si tengono in conto i diversi studi in cui è dimostrato che le persone affette da Same Sex Attraction (SSA) fanno maggiore uso di droghe e sono più propense a provarci con gli sconosciuti rispetto alle altre. Sia detto en passant, la SSA, in italiano Attrazione per lo Stesso Sesso, sarebbe la supposta “malattia” degli omosessuali, secondo le etichette date da Nicolosi e diffuse dal suo centro di psicologia riparativa, ossia la National Association for Research & Therapy of Homosexuality (NARTH). Infatti, in quell’articolo come in altri, al pari dello psicologo e seguaci, Dale O’Leary etichettò gli omosessuali come malati mentali, soprattutto se militanti e attivisti, da cui ne viene che, a parer suo, alimentare la difesa di un discorso basato sulla discriminazione sessuale darebbe solamente spazio ai problemi psicologici delle persone LGBTI, connotati altresì come paranoidi e affetti da disturbi narcisistici di personalità. Non si deve dare spago, in alcuna maniera, alle potentissime, ancorché fantasmatiche, lobbies gay:

Nessuno dovrebbe essere cattivo con i malati mentali, però quando le persone soffrono di malattia mentale interpretano spesso le normali differenze di opinione come attacchi personali. Includendo l’orientamento sessuale e l’identità di genere nella legislazione sui crimini d’odio, il Congresso aprirebbe le porte alle persone malate di mente, facendo in modo che loro siano vittime di intimidazione o di “odio” ogni volta che qualcuno non è d’accordo con loro o si oppone alle loro richieste politiche. Gli attivisti gay accusano consistentemente i loro opponenti, tacciandoli di bigottismo, discriminazione, omofobia, eterosessimo e odio. Anche se è possibile che sia solo una tattica, è anche possibile che almeno qualche attivista gay creda sinceramente che coloro che sostengono e difendono gli insegnamenti tradizionali hanno disprezzo nel loro cuore. La promozione di un tale pensiero da parte della legislazione federale incoraggerebbe solo quelli con disordini psicologici nel sentirsi minacciati persino quando tale minaccia non esiste.

Queste parole le scrisse all’interno di un articolo in cui, per altro, la signora cita diversi casi di omofobia. Mi si permetta una battuta, adesso. Ciò che all’origine Dale O’Leary ha sempre combattuto sono il marxismo e le sue influenze. Bene, Marx diceva che la religione è l’oppio del popolo, qui si potrebbe indurre che l’omofobia sia la metanfetamina della ragione.

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