Di chi parliamo quando parlano di gender [4]

Le lobbies anti-gender

… and to boot they say their words
come straight down from above
John Grant – Glacier

Come abbiamo visto nella parte III, la schizofrenia di Dale O’Leary sul caso Matthew Shepard oscilla tra il pietismo di stampo cattolico e la forza violenta degli ultra-conservatori. Questa schizofrenia la ritroviamo nell’associazionismo italiano legato alla Chiesa. Basta guardare più da vicino chi compone le macro-associazioni che, negli ultimi tempi, scendono in piazza e urlano che sono un milione, persino in luoghi che non possono contenere un tale numero di individui. In questa quarta parte, infatti, mi dedico al funzionamento delle reti italiane anti-gender. Esse sono simili a scatole cinesi, proprio come le reti prolife di casiniana memoria (cfr. parte I), ma diventano sempre più vicine a un funzionamento da azienda neo-capitalista, che ha a cuore il potere e il flusso di denaro.

Parte IV

Scatole cinesi 2.0

Nel silenzio istituzionale più assoluto, in Italia si stanno portando avanti gli stessi discorsi di Dale O’Leary e Joseph Nicolosi. Il vicepresidente dell’associazione “Scienza e Vita”, Massimo Gandolfini, è tra coloro che si occupano di diffondere informazioni errate sugli studi accademici che illuminano le categorie concettuali di identità di genere e di orientamento sessuale; insieme ai suoi amici, egli cerca di fare quanti più danni possibili, così da potersi dichiarare un cristiano perfetto, in comunione con Dio e in difesa dello status quo normativo ed escludente. Infatti, Gandolfini cita ampiamente, sebbene in modo indiretto, tanto i deliri integralisti della disturbata O’Leary, quanto le terapie violente del malato Nicolosi. Così, il neuropsichiatra arriva a dare il suo flebile e non originale contributo sull’omosessualità non-naturale e, soprattutto, non-sana e non-giusta, sostenendo con forza l’idea per cui i suicidi degli omosessuali siano dovuti a una mancata correzione dell’eterosessualità naturale, sana e giusta.

Massimo Gandolfini

Massimo Gandolfini

Ma da dove spunta Gandofini? Egli è, in origine, il presidente di “Scienza & Vita” di Brescia, consultore della Santa Sede per la Congregazione delle Cause dei Santi, neuropsichiatra che tenta di dimostrare l’esistenza dell’anima fingendo di interessarsi alla scienza. Egli è altresì membro del “Comitato Uno di Noi” e presidente per la regione Lombardia dell’Associazione “Medici Cattolici Italiani” (AMCI). Quest’ultima è legata alla CEI e il suo presidente nazionale è lo stesso del “Forum delle Associazioni e Movimenti di Ispirazione Cristiana”, federazione istituita dalla AMCI in collaborazione con il “Movimento per la Vita”. Difatti, anche il Forum fu voluto da Carlo Casini che vi prese parte come membro del direttivo nazionale. Non finisce qui, però, visto che Gandolfini è un degno erede della politica reticolare associazionistica. A sua volta, infatti, egli è portavoce e presidente del “Comitato Difendiamo i nostri figli”, nato nel 2015 per opporsi alle leggi Scalfarotto e Cirinnà sull’omofobia e sulle unioni civili, mentre l’anno precedente aveva già dato il via a una sua propria associazione, ossia “Vita è”.

A battere la notizia sulla costituzione di quest’ultima è stata anche l’agenzia internazionale ZENIT, con base tra Atlanta, New York e Roma, finanziata dalla CEI e dai Legionari di Cristo. Nell’articolo del 3 maggio 2014, vi si scrive che scopo di “Vita è” sarebbe quello di “raggruppare le tante e diverse realtà che si battono in Italia, sia sul fronte dell’impegno caritativo sia sul fronte culturale e giuridico, per la promozione e la difesa della vita e della famiglia”. Sì, come se non ve ne fossero abbastanza. Tra i membri, si scopre, figurano l’imprenditore Antonio Brandi, il giurista Gianfranco Amato e il magistrato Alfredo Mantovano, a loro volta già tutti membri del comitato “Difendiamo i Nostri Figli”. Nel giro di qualche mese, quindi, i tentativi di formare organismi politici più complessi si sono moltiplicati e la traiettoria disegnata ha stampo americano: non bastano più le azioni politiche, piuttosto conta la pressione che si può esercitare sull’opinione pubblica.

Disturbo di soggettività 2.0

Il meccanismo è complesso, ma allo stesso tempo abbastanza elementare. Ogni rappresentanza di un comitato A è a capo di un’altra associazione B1 o di un altro comitato B2; all’interno di questi ultimi enti B1 e B2, vi sono raggruppati alcuni portavoce di altre associazioni C che risultano essere nel comitato A; oppure B1 e B2 vengono organizzati in modo piramidale e/o tentacolare, dislocandoli sul territorio, così da dare spazio a gente che fa parte del comitato A da cui si è partiti. Vi siete persi? Bene, è esattamente questo il loro scopo: sembrare tanti, fare pressioni, ma essere in dieci. Provate a cercare il nome della giornalista Francesca Romana Poleggi: ella risulta essere membro di “Vita è” e, nell’articolo di ZENIT, la si accompagna al “Comitato Di mamma ce n’è una sola”, nato per lottare contro “l’utero in affitto” (sic.) e fondato dalla deputata del Nuovo Centrodestra Eugenia Roccella, a sua volta già nel comitato scientifico dei Quaderni di “Scienza e Vita”. In verità, Poleggi è anche nel “Comitato Difendiamo i Nostri Figli” e a capo di Notizie ProVita, il giornale della ONLUS “ProVita”, e della Fondazione “Laogai Research Foundation”. Questi tre ultimi organismi hanno come fondatore anche Toni Brandi, che ne è altresì presidente.

Gianfranco Amato

Gianfranco Amato

Oppure cercate l’avvocato Gianfranco Amato: egli è fondatore e presidente di “Scienza & Vita” di Grosseto, fondatore e presidente dell’associazione “Giuristi per la Vita”, membro dell’associazione “Marcia per la Vita”, insieme a Brandi e Poleggi, ma anche membro dei comitati “Uniti per la famiglia”, insieme ai CAV e al MpV, e “Sì alla famiglia” del Mantovano di cui sopra e di Massimo Introvigne. A loro volta, sia Mantovano sia Introvigne sono membri del direttivo di “Alleanza Cattolica” e, persino, impegnati a vario titolo nelle file dei partiti di destra. Fate un esperimento: cercate gli organigramma e gli statuti dei vari comitati e delle varie associazioni. Il risultato sarà un grande sconforto di fronte al nulla e il crollo dei concetti di socialità sbandierati in difesa dell’attacco mutante del grande, brutto e cattivo gender. Chi e dove sono nascosti i soci di tutte queste realtà? Si rintracciano pochi soggetti fisici, ma tanti soggetti giuridici o pseudo-tali; attraverso organismi che dovrebbero essere associativi, però, quelle poche voci ripetono la stessa litania per dieci, venti, cento volte e vi domandano aiuto, vi chiedono soldi, vi implorano donazioni, nonostante la CEI, nonostante le tasse molto probabilmente non pagate sulle e dalle sedi poiché situate all’interno di immobili del Vaticano, nonostante i contributi e gli aiuti statali. Poche persone, tante associazioni, un consistente flusso di denaro.

In definitiva, si tratta di reti difficilmente rappresentabili, perché connesse, ramificate e intrecciate. Prendete come ulteriore caso il “Comitato Famiglia Educazione Libertà”, fondato dal rappresentante della “Associazione genitori scuole cattoliche” (AGeSC) in Lombardia, Marco Dipilato, e dal vicepresidente della “Associazione Nonni 2.0”, già prosindaco di Milano, Giuseppe Zola. Il Comitato riunisce ventitré altre associazioni e fondazioni, di cui potete leggere i membri nella lettera scritta nel febbraio del 2015 e indirizzata al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Istruzione per opporsi alla “teoria del gender” nelle scuole. Gandolfini vi figura ben tre volte! Altresì, vi compaiono gli stessi soggetti giuridici che abbiamo già visto in precedenza e che hanno già firmato altre lettere o petizioni simili di enti collegati. Si può aggiungere, a questo punto, che vi sono poche persone, molte associazioni, un consistente flusso di denaro e tante richieste uguali, con un solo obiettivo: distruggere le rivendicazioni della comunità LGBTI. Dunque, come sempre, ai soldi vi si può serenamente accostare il potere: dove non arriverà qualcuno, arriverà qualcun altro e, alla fine, sul carro ci staranno tutti. Riassumendo, ecco a voi i disturbi della soggettività in una società distopica e burocratica; ecco a voi le pratiche orwelliane. Altro che “teoria del gender” e lobby gay.

Ancora, nel “Comitato Difendiamo i nostri figli” vi è il giornalista ultracattolico Mario Adinolfi, già deputato per il Partito Democratico, partito che contribuì a fondare nel 2007. Dopo aver scritto un libro contro l’omogenitorialità dal titolo “Voglio la mamma”, in parallelo con la sua pubblicazione, Adinolfi ha fondato i “Circoli Voglio la mamma”. Anche di questi non si trova traccia su internet rispetto a una sede o a un organigramma serio, mentre abbondano le pagine sui social network. Poi, però, è arrivato il grande colpo di scena. Il 28 settembre 2015, sul suo profilo Facebook, Adinolfi ha annunciato che gli organismi da lui fondati cambieranno. D’ora in poi, saranno legati alle parrocchie e prenderanno la denominazione di “Circolo La Croce”, dal titolo della testata di cui è editore. Nel comunicare le regole di creazione di un’associazione tale, egli fa sapere che basta essere abbonati al quotidiano e contattarlo, dando altresì il nome della propria parrocchia sulla quale si lavorerà, senza necessariamente avvisare il parroco. In questo modo, il suo modesto gioco di lobbying è realizzato senza troppi sforzi: nessuna socialità, solo pressioni da parte di pochi individui sparsi che si sono pagati una diffusione di idee dal principio piramidale nella speranza che qualcun altro abbocchi. In sostanza, il giornalista scrive, alcuni spendono per diffondere le idee e le parole del santone e quest’ultimo si arricchisce regalando la speranza che altri ascoltino e sborsino altri soldi ancora. D’altra parte, qui, in origine, la lotta la si fa per distruggere il marxismo, mica ciufoli.

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