[Update] Il Paradosso Italiano

Global Gender Gap 2015

In relazione alla serie norvegese Hjernevask realizzata da Harald Eia, avevamo avuto modo di citare i Global Gender Gap Report, formulati dalla fondazione svizzera World Economic Forum. Poiché la prima puntata della serie fu dedicata agli studi di genere e alle differenze tra i sessi, infatti, il report del 2008 fu usato come base di partenza per l’indagine del comico. All’epoca, il paese più egualitario al mondo per politiche di genere e per stili di vita risultava essere la Norvegia e, in virtù di ciò, Eia si chiese come mai le sue concittadine preferissero ambiti lavorativi più umanistico-letterari, lasciando agli uomini il privilegio di interessarsi a quelli scientifico-matematici, nonostante le pari opportunità (o quasi). Egli si domandò se le differenze di genere non fossero già inscritte nei corpi e, di conseguenza, tentò di formulare alcune risposte. Così, Eia diede il suo contributo, creando una fantomatica lotta tra gli studi di genere norvegesi di stampo culturalista (condotti in particolare dal NIKK, il Nordic Gender Institute) e gli studi scientifici anglo-americani di stampo naturalistico.

Conosciuto sulla rete Internet anche con il titolo apocrifo di “Paradosso Novergese” e diffuso ancora oggi, in particolare tra le reti “anti-gender”, il primo episodio diede spazio alle parole e alle ricerche dell’inglese Anne Campbell e dello statunitense Richard Lippa, i quali mai affermarono di essere in contrasto con politiche egualitarie, nonostante il loro rifiuto di spiegazioni fondate sulla mediazione e sulla negoziazione culturali rispetto alle differenze di genere. Invece, entrambi sottolinearono che, anche dal loro punto di vista, a una maggiore libertà delle persone corrisponde una maggiore facilità nell’espressione della “predisposizione genetica”. Come se gli scienziati non fossero stati sufficientemente chiari, persino per coloro che non condividono le loro argomentazioni, le reti “anti-gender” hanno creduto nella necessità di diffondere il video per contrastare alcune pratiche politiche e per continuare a soffocare, così, la tutela di alcune persone e gruppi sociali (lotta alle discriminazioni, battaglie per la parità di genere, unioni civili, istituzione del reato di omofobia, etc.). Nel video e nelle posizioni di Campbell e di Lippa, al contrario, l’idea totalizzante per cui il sesso rivela qualcosa di segretamente celato alla vista non invalida del tutto il “genere” come costrutto mediato culturalmente, tanto che estendere i confini della libertà sarebbe il primo passo da compiere in una società civile, comunque la si analizzi.

we-can-do-itPer questo ordine di ragioni, avevamo sostenuto che il documento venisse e venga utilizzato in modo del tutto strumentale, soprattutto se si tiene in conto il basso posizionamento dell’Italia nello stesso Global Gender Report del 2008, dove la si vedeva sessantasettesima su 130 paesi analizzati. Ci si chiedeva che cosa avesse a che fare con la situazione nella nostra nazione. Altresì, avevamo visto come, nel 2014, l’Italia risultasse al sessantanovesimo posto su 142. E nel 2015? Ebbene, il 18 novembre 2015 è stato pubblicato il report che vede l’Italia avanzare e migliorare, nel suo miglior risultato di sempre: quarantunesima su 145 paesi, un gradino al di sotto delle Bahamas, uno sopra la Colombia. C’è dunque da rallegrarsi? Non proprio. Il World Economic Forum spiega che la migliorata situazione italiana è dovuta all’emancipazione politica, ossia alle misure adottate dal Governo per diminuire la sproporzione delle presenze maschili su quelle femminili in campo politico-amministrativo (si pensi alle così dette “quote rosa”). Viene scritto: “L’Italia ha guadagnato 28 posizioni dal 2014, soprattutto negli indici dell’empowerment politico, grazie a un aumento delle percentuali di donne nel parlamento e di donne che occupano posizioni ministeriali” (traduzione mia).

Infatti, a guardare il grafico del paese e la sua analisi, il gap esistente tra gli uomini e le donne si fa sentire abbastanza, fuori dai privilegi degli organi governativi: una donna viene pagata mediamente la metà di un uomo, tanto che l’Italia si piazza centonovesima sull’indice dedicato ai salari – cosa che si aggrava quando si nota che le paghe, qui, sono molto più basse che nel resto dei paesi europei. Inoltre, sul fronte delle opportunità e della partecipazione economiche, l’Italia è uno dei tre paesi con i peggiori risultati, in compagnia di Malta e della Turchia, e raggiunge il novantunesimo posto nella partecipazione alla forza lavoro, condividendo lo stesso punteggio del Perù e della Costa d’Avorio. Nella vita extra-lavorativa, poi, non va molto meglio, visto che si pone al settantaquattresimo posto per “salute e sopravvivenza”. Anche nell’anno del gender, pertanto, l’Italia è lungi dall’essere una nazione paritaria.

Eppure, si registrano e si sono registrati diversi attacchi a ogni tentativo di ottenere l’uguaglianza di genere, soprattutto sul piano culturale; tentativi che sono stati salutati con affetto da quei cattolici tradizionalisti che blaterano di “cavalli di Troia” e da quelle cattoliche integraliste che chiedono alle donne di sposarsi ed essere sottomesse, con gaudio e con onesta sofferenza. Inoltre, credo non ci sia bisogno di ricordare che la politica italiana abbia una lunga storia di onorato maschilismo, anche recente, fatta di insulti e di volgarità nei confronti delle donne, tanto per guardare i dati positivi con una luce più intensa. In ogni caso, il Global Gender Gap Report del 2015 è recuperabile integralmente qui, in formato PDF, mentre qui trovate un’analisi scritta per RaiNews dalla giornalista Mariaceleste de Martino.

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