Aldo

Poi ti si spezza il cuore.

Aldo e Giovanni li immagino a costruire mondi, per nascosti che siano, nella loro delicatezza, di evidenze a occhi chiusi che possano fare da cuccia alla loro passione e alle loro sonnolenze condivise, al braccio posato sul petto sotto le lenzuola – teneramente – mentre parlano di poeti, di pittori e di pensatori, alla ricerca di segreti nelle rime invertite. Un film su di loro lo comincerei con una sequenza in cui Verlaine torna dal mercato, aringa alla mano, soddisfatto e sornione, e Rimbaud che lo prende in giro con istinto adolescenziale e gli dice: “Brutto stronzo”. Verlaine va su tutte le furie – adesso basta – e parte, lascia l’Inghilterra per tornare in Francia, ponendo fine alle sbronze, all’oppio e ai corsi di inglese. Adesso basta, pensa l’uno sulla barca, ora torno al vecchio mondo, quello che si lamenta in scellerate sonnolenze senza neanche essere geloso di noi, di questi corpi affaticati, appassionati, innamorati. No, jaloux mon cul, basta, ritorno da mia moglie e, che cazzo, non ne posso più, mi hai sfinito. Mentre l’altro, nel frattempo, gli scrive con pentimento amaro sputato dalla bocca giù, lungo tutto l’inchiostro: “Ritorna, ritorna, caro amico, solo amico, ritorna” e getta poi fiumi di lacrime, amico caro, noi che abbiamo vissuto due anni d’amore e ci siamo guadagnati tutto questo, a morsi e con coraggio, due anni che non si chiudono così, pena la schiavitù. Se non vuoi venire, Paul, se non vuoi che io venga, allora commetti un crimine. E poi scuse e accuse e scuse senza ritorno, fino al colpo di pistola, fino all’Africa, alle prigioni e ad altri amori. Nel mio film mentale, dopo il titolo, li immagino che se lo toccano con ferocia quel mondo, se lo portano nei genitali finché Aldo bacia gli occhi di Giovanni, gli sfiora il naso, e si dicono: “Je t’aime, je t’embrasse, ci rivedremo”, prima di venire e accendersi una sigaretta.

Poi bum, bussano alla porta, irrompono in casa e Giovanni se lo portano via. I fascisti.

*

Nella metà degli anni Sessanta del Novecento erano passati quasi cento anni dal colpo di pistola che definitivamente trasformò gli scambi fisici di Verlaine e di Rimbaud in oceani di parole. Ne erano passati venti dalla fine del fascismo. I due poeti francesi erano morti, i ratti italiani non tutti. Aldo Braibanti, invece, era vivo e vegeto – o meglio, vivo perciò libero – e di anni ne aveva una quarantina, lui che era nato nel 1922. Aveva passato la sua giovinezza da partigiano e fiero antifascista di Giustizia e Libertà, in compagnia di Calamandrei e di La Pira, per poi passare, nel 1943, al Partito Comunista in gran segreto e partecipare a manifestazioni contro la guerra, insieme ai compagni dell’università che lui coordinava – e tra questi Teresa Mattei. Quando aveva poco più di vent’anni, era stato anche arrestato due volte Aldo, nel 1943 per mano dei fascisti e nel 1944 per mano dei nazifascisti, e fu seviziato, secondo delle pratiche che, nelle biografie, si lasciano immaginare solo grazie a una parola, tortura. Invece, lui la chiamò “inconsapevole bestialità” in una lettera a un compagno caduto. Scrisse:

E venne anche la mia seconda caduta […]. Tragica, appena sopportabile per le mie forze limitate, mi aperse tuttavia definitivamente gli occhi. […] E spesso, mentre le guardie nere si affannavano sadicamente intorno al mio corpo, che mi era divenuto quasi estraneo, io fissavo la porta come se ad un tratto si dovesse aprire, spinta da voi, miei compagni, miei salvatori. E tu entri primo, Gianfranco, colla tua pistola a tamburo che da poco avevamo imparato a conoscere: ma presto, presto perché, le forze mi lasciano, il sangue mi ubriaca, il cuore cede allo strazio dei fratelli di dolore, come me, più di me feriti, offesi, mostruosamente maciullati da inconsapevole bestialità.
Ma il miracolo non venne […]

Aveva combattuto per sé ma anche per gli altri, per la libertà che è luce e aria – ossigeno – nelle battaglie con le tasche piene di stampe, di armi e di disegni da gettare in faccia alla dittatura e all’autoritarismo. Guardava fisso un mondo che non c’era, senza etichette né imposizioni, senza coercizioni né abusi, fuori da logiche religiose, tiranniche, soffocanti. Il potere non era per lui. Aldo era un libertario, accidenti, e da tale aveva partecipato alla Resistenza, con l’orgoglio di chi voleva andare e non sedersi mai, avanti come il moto della vita: perpetuo. Tirava dritto anche – soprattutto – se inciampava e salutava gli eventi che partecipavano alle marce con lui, era come il tempo che passa. Finita la guerra, gli avevano chiesto di partecipare ai lavori per il Partito Comunista. Rispose prima:

No, grazie, sono un poeta.

E, poi, dieci anni più tardi:

No, grazie, sono un compagno di strada.

Aveva deciso di creare un laboratorio artistico dalle parti di Piacenza, alla fine degli anni Quaranta. Perché Aldo era un poeta, quindi amava le arti figurative, secondo una corrispondenza chiara solo nei collage di chi tiene il mondo in una mano e con l’altra ne appiccica parti qui e lì, giustapponendole un po’ come crede, un po’ come pensa che possano prendere una forma giusta, fraterna: la nature est un temple… Poi, che diavolo, si tratta pur sempre di quel disordine che è l’ordine senza il potere! Soprattutto se la si mette in questo modo, figuriamoci… Le arti non son cose proprio adatte ai fascisti, men che mai le corrispondenze poetiche. La violenza sì, invece, e Aldo lo sapeva, per questo fu strappato, quando anche le parole furono torturate e seviziate, i suoi scritti di gioventù bruciati e distrutti già nel Quarantaquattro, Villa Triste. Così, poco più di due lustri dopo, reagì con forza e si riscattò; alla fine degli anni Cinquanta, diede il via a nuove pubblicazioni. Perché, no, il tempo non si ferma mai: perpetuo. Così si trasformò ancora, dalla messa in versi aveva deciso di provarsi con la prosa teatrale, tutto d’avanguardia e sperimentale più o meno, bastava che andasse avanti, che lui camminasse e non si fermasse.

Il tempo. Erano gli anni della fondazione dei Quaderni Piacentini di Piergiorgio Bellocchio, cui Aldo partecipò dopo la storia d’una estate con Piercarlo Toscani, col quale aveva viaggiato su e giù per l’Italia. L’estate del 1960, intorno al lago di Como, in due a prendere il sole, costumi a vita alta, ombelichi nascosti agli altri per guardarseli tra loro in silenzio – e baciarseli, celati al mondo geloso. Il passato di Aldo si affacciava nelle sue parole e nelle sue poesie, in quelle degli altri compagni, e Piercarlo ascoltava attento, si dice: come rapito. Poco più di vent’anni di differenza tra i due, intellettuale l’uno e giovane elettricista l’altro. Consistente lontananza anagrafica, se ci pensate bene, e non solo per il periodo, ma anche perché poco meno di vent’anni li separavano dalla fine del fascismo e dalla proclamazione della Repubblica. Eppure era quanto bastava per costruire un amore effimero e tenersi i tabù perversi, per sfidare le libertà violate e tenere i tradimenti alti; erano gli anni in cui il Movimento Sociale Italiano esisteva reduce, i ratti esistevano fieri, gli adolescenti del dopoguerra esistevano giovani, troppo giovani. Alcuni si avvicinarono ad Aldo e ai lavori per i Quaderni.

Agostino e Giovanni Sanfratello tra questi, con Piercarlo, quando le pubblicazioni delle poesie apparvero. Aldo continuava la sua arte e si contornava di giovani di buone speranze, con certi intratteneva pure relazioni omofile e invertite: Piercarlo appunto, ma anche Giovanni. Il 1960 fu presentata la prima legge che avrebbe dovuto metterli al bando questi finocchi, questi bastardi che attentavano alle famiglie borghesi e alla morale, a causa delle case chiuse ormai sigillate e sfruttando le magie nere, pardon, rosse del marxismo. I fascisti lo sapevano, eh, è colpa dei comunisti, dei filosofi, dei poeti e degli artisti: froci viziosi che fanno del vizio più turpe una vera e propria letteratura. Al bando i sodomiti! – urlavano – nelle carceri!, mentre Aldo, vivo perché libero, sapeva ascoltare il proprio sesso senza aspettarsi alcuna rivelazione – e leggeva ancora, declamava versi e parlava di comunismo anarchico ai giovani. Con Piercarlo aveva bevuto qualche bicchiere e fumato qualche sigaretta, tra un amore e l’altro, nell’estate degli schiamazzi violenti: pederasta!, ma fu con Giovanni che gli amori si perdevano dal 1958, a intervalli segreti chissà come chissà dove, come si viveva all’epoca? Pervertiti! L’amore sul letto, ci si gettava su e poi… come si baciava l’altro, da uomo a uomo? Culattoni! Quali erano i meccanismi che scattavano, come girava il sangue? Ricchioni! Checche! Busoni! Fermiamo questi abomini di Dio! Fermiamo il tempo.

*

Posso solo immaginare che accadesse così, fuori dall’eccitazione pianificabile, ceduta per la nebbia dei sensi e qualche vampata di troppo del sangue che pulsa e straripa di rosso dagli occhi negli occhi e tutto attorno, per poi tornare rinculato e rivenire nell’ordine della miopia. No, non ci si guardava attraverso, perché quel rosso sangue si imponeva e lì restava, asservendo i corpi che gli avevano – pur tuttavia – vuotato il trono del perineo, volesse mai farsi padrone. Là restava, si direbbe, come il mare, circondando e dilagando in direzione della pelle, esplorando l’attesa della creazione delle isole sensoriali, delle conseguenze senza ordine del terremoto; in divenire l’eruzione tatto gusto più vista, ben oltre la mappa già dimenticata, ormai. La carta del rosso segnava il segreto in cui persino la saliva si nasconde supereroica – e di quello il sangue si nutre in ricerca. Ecco perché le parole venivano succhiate dalle labbra osservatrici e dalle lingue curiose; ecco come l’adozione del nuovo linguaggio condiviso si avverava nel silenzio dei gemiti e dei grugniti sollevati tra sconosciuti. Negli amplessi ci si definiva sangue, pelle e saliva e tanto bastava. Le parole loro, in quei momenti, le lasciavano agli altri.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...