Di chi parliamo quando parlano di gender [10]

Alleanza Cattolica: Cattolici post-fascisti e politici

It’s the blind leading the blind
John Grant – Glacier

Nella precedente parte di questo dossier, abbiamo visto che il primo raduno parascientifico dell’area prossima alla “Marcia per la Vita” è datata 21 settembre 2013. Abbiamo altresì visto che, contemporaneamente, si svolgeva un altro convegno, più politicamente estremista e vicino a Forza Nuova. Così, abbiamo individuato tre divergenze tra i dibattiti: la prima, politica, che divide nei fatti la Lega Nord e Forza Nuova; la seconda, cattolica, che divide due gruppi tradizionalisti, ossia la “Fraternità Sacerdotale San Pio X” (FSSPX) e “Tradizione, Famiglia, Proprietà” (TFP); la terza, associazionistica, di cui ci occuperemo qui, quella interna ad “Alleanza Cattolica”, che, in un qualche modo, riassume sia la prima divergenza politica (tra “minimalisti” e “massimalisti”, in un’area comunque integralista), sia la seconda divergenza religiosa (tra “Tradizione, Famiglia, Proprietà” e la Fraternità Sacerdotale di San Pio X).

Parte X

Post-fascisti contro l’aborto

Negli anni Sessanta, Roberto de Mattei e Agostino Sanfratello furono tra quelli che informalmente prima – e ufficialmente poi – crearono l’associazione “Alleanza Cattolica”. Essa nacque a Piacenza da un gruppo di giovani legati ai “Centri per l’ordine civile”, a loro volta retti da due politici democristiani, Augusto del Noce e Gianni Baget Bozzo. Ci toccherà, perciò, cominciare da qui. I Centri furono concepiti come strumenti politico-culturali che potessero contrastare le scelte di quella Democrazia Cristiana (DC) che sempre più si avvicinava al Partito Comunista Italiano (PCI). Nel testo Cattolici e violenza politica, infatti, lo storico Guido Panvini racconta che l’obiettivo era quello di generare una forza che fosse in grado di fare da collante tra i delusi della svolta a sinistra della DC e altri cattolici che nel partito non militavano, tra cui i fedeli dell’estrema destra. L’idea era, in soldoni, quella di aprirsi al Movimento Sociale Italiano (MSI) poiché erano ben accetti tutti, pur di combattere l’ascesa del marxismo in Italia. Sotto l’etichetta dell’anticomunismo, a quel punto, si dovette cambiare il senso dell’antifascismo, ora bollato come un valore che mancava di qualità di trasformazione in cultura universale. Secondo Del Noce, per esempio, nonostante in esso fossero distinguibili grandi ideali e alta elevazione morale, l’antifascismo sembrava non riuscire a unificare la nazione o, peggio, semplicemente non poteva: era una strada insufficiente e perdente. Piuttosto, bisognava trovare una “fede per il post-fascismo” che non avesse pregiudizi né per il passato né per il futuro. Per certi versi, si inventarono quella che sarà la terza posizione e quelli che diventeranno i fascisti del terzo millennio.

Alleanza-CattolicaAquilaNon a caso, si diceva, nei Centri di del Noce e di Baget Bozzo gravitarono – sì – i militanti delusi della DC, ma anche e soprattutto monarchici e neofascisti. Tra questi, appunto, c’erano de Mattei e Sanfratello, in compagnia di Giovanni Cantoni e di Mauro Ronco, vale a dire gli stessi che furono poi tra i fondatori di “Alleanza Cattolica”. Vicina a “Tradizione, famiglia, proprietà”, l’associazione è tutt’oggi indicata come anello di congiunzione tra il tradizionalismo cattolico e l’estrema destra oppure tra l’integralismo e la destra. Questa ambivalenza è dovuta non solo alla sua origine, ma anche al successivo sviluppo delle sue attività e ai processi che hanno investito l’Italia da un punto di vista politico. Infatti, una spaccatura interna si creò nel 1981, allorché gli italiani furono chiamati al voto per diverse consultazioni referendarie.

Tra i quesiti, due riguardavano la legge 194 sul diritto all’aborto: uno era stato proposto dal Partito Radicale, mentre l’altro era stato voluto dal “Movimento per la Vita” (MpV). La richiesta degli antiabortisti fu avanzata in contrapposizione all’altra consultazione e solo in seconda battuta, così da evitare una posizione piuttosto passiva nei confronti di quella che sarebbe stata o una più ampia liberalizzazione dell’aborto oppure una conferma della legge così com’era dal 1978. In effetti, secondo i tempi dettati dalle regole dell’istituto referendario italiano, nessuno avrebbe potuto avanzare ulteriori richieste popolari per cambiare la 194 nei successivi cinque anni, cioè fino al 1987. Allora, per evitare una sconfitta silenziosa – qualunque fosse stato l’esito del voto per la proposta dei radicali – e per sondare attivamente il volere dei cittadini, il MpV decise di agire con una sorta di politica di “riduzione del danno”: chiesero l’abrogazione parziale della legge per ammettere l’aborto solo in caso di pericolo per la vita e per la salute fisica della donna. Fu definito referendum “minimale” per distinguerlo da un’altra proposta lanciata dal movimento, ossia quella che fu chiamata “massimale”.

Nel “referendum massimale” fu chiesta la quasi-totale abrogazione della legge, salvando solo la prescrizione di contraccettivi. Ciò era (e resta ancora oggi) di fatto improponibile, nonostante certe associazioni e alcune persone la preferissero (e la preferiscano) perché ritenuta più vicina alle posizioni cattoliche. La legge 194 fu, infatti, già figlia essa stessa della sentenza numero 27 del 1975, pronunciata dalla Corte Costituzionale, per cui non si ritenne l’embrione una persona dal punto di vista normativo. Così si tutelò la scelta delle donne, soprattutto in casi di pericolo, e si eliminò la possibilità di sanzioni a chiunque pratichi l’aborto. Per superare l’ostacolo e sperare di arrivare al voto, la sentenza fu addirittura inserita all’interno della proposta “massimale”, in un tentativo disperato di poterla rivedere a seguito di un’eventuale accettazione del referendum. A quel punto, la Corte Costituzionale preferì ribadire principi normativi democratici piuttosto che dare spago ai cattolici antiabortisti integralisti e non ammise il quesito nelle consultazioni poiché, di fatto, illegittimo.

Ciò nonostante, vi fu dibattito acceso, che vide schierati in difesa del referendum “massimale” anche il padre e lo zio di Francesco Agnoli (cfr. parte VI), ossia i magistrati Carlo Alberto e Francesco Mario, vicini ai lefebvriani. Per precisare meglio di chi stiamo parlando, Carlo Alberto fu colui che chiese il sequestro nel 1976 dell’Enciclopedia della vita sessuale mentre, nei primi anni Novanta, difese il “diritto” a essere serenamente razzisti, attaccando la legge Mancino con riferimenti a lobbies, sette e massonerie che governano il mondo. Non a caso, Agnoli padre non rifiutò l’invito alla conferenza milanese sulla massoneria, organizzata nel maggio del 1999 da Forza Nuova – un partito che vuole la totale abolizione delle leggi 194 e Mancino fin dalla sua nascita, avvenuta nel 1997. Al convegno fu presente altresì Agostino Sanfratello, insieme a molti di quelli che condividevano già posizioni anti-rivoluzione francese. Gli incroci che se ne ricavano sono piuttosto interessanti e abbastanza rischiaranti.

Divergenze associazionistiche: Alleanza Cattolica

“Alleanza Cattolica”, a sua volta, prese ovviamente posizione sul “referendum massimale”, promuovendolo e difendendolo, nel rispetto di quelle che erano le sue origini: se il MpV era – e resta – di marca smaccatamente democristiana oltre che particolarmente legato alle gerarchie vaticane, lo stesso non si poteva dire dell’associazione di Cantoni, de Mattei e Sanfratello, come abbiamo già raccontato; laica e politicamente schierata a destra, essa è, al massimo, vicina alla TFP di Plinio Corrêa de Oliveira. Ciò nonostante, però, quando il quesito non fu ammesso alle consultazioni popolari, l’associazione creata dai figli non biologici di del Noce e Baget Bozzo si dichiarò favorevole al voto per il referendum, più che per l’astensione, caldeggiando – ovviamente – la vittoria della formula “minimale”. In quel marasma, la decisione di appoggiare una politica di “riduzione del danno” non piacque a tutti e “Alleanza Cattolica” si spaccò. Ne fuoriuscirono in diversi, tra cui Roberto de Mattei e Agostino Sanfratello i quali, successivamente, diedero vita al “Centro Lepanto”, fondato in modo definitivo sulle idee elitarie di Plinio Corrêa de Oliveira, parzialmente ispirato alla FSSPX e basato sull’anti-ecumenismo, con tanto di attacco frontale all’Islam. A dirigere “Alleanza Cattolica” rimasero Giovanni Cantoni e Mauro Ronco, cui si erano già aggiunti il magistrato Alfredo Mantovano e il sociologo Massimo Introvigne.

Logo-FSSPXNel corso del tempo, per altro, “Alleanza Cattolica” si affiancò a e si distanziò da Marcel Lefebvre, le cui idee furono presto veicolate da “Tradizione, Famiglia, Proprietà”, nata nel 1960 in Brasile, e dai suoi organi di stampa. L’avvicinamento di TFP all’arcivescovo francese avvenne, in particolare, durante e in seguito al Concilio Vaticano II, grazie al Coetus Intenationalis Patrum, organizzato e finanziato da Plinio Corrêa de Oliveira. Conseguentemente, in Italia, Sanfratello e de Mattei non furono gli unici a interessarsi a quella che, nel 1970, diverrà ufficialmente la Fraternità Sacerdotale di San Pio X. Così come molti membri di “Alleanza Cattolica”, anche il fratello di Giovanni Cantoni, Pietro, seguì con profondo trasporto il tradizionalismo di Lefebvre, tanto da prendere parte ai seminari della FSSPX organizzati a Ecône, anche in qualità di professore, giacché lì egli fu ordinato sacerdote nel 1977. Ciò nonostante, al contrario di certi monarchici neofascisti, prese poi le distanze dai lefebvriani e tornò in Italia nel 1981, anno del referendum sull’aborto. Secondo alcune testimonianze, Pietro Cantoni si allontanò proprio per la linea da tenere durante le consultazioni, giacché egli scelse di votare, anziché astenersi, prendendo posizione e scegliendo una linea che, agli occhi dei tradizionalisti più estremisti, era aberrante e compiacente nei confronti della legislazione in tutela della libera scelta delle donne. Si leggano, a tal proposito, i commenti al post Un Tettamanzi d’antan: “I lefebvriani sono il fumo di Satana”, pubblicato sul blog Messa in Latino. Questa stessa divisione, come abbiamo visto e come è rintracciabile nei commenti, spaccò “Alleanza Cattolica” all’interno, lasciando Giovanni Cantoni da una parte e de Mattei e Sanfratello da un’altra.

Prima di approfondire le biografie di Roberto de Mattei e di Agostino Sanfratello, torniamo, così, a Verona e al 21 settembre 2013, allorquando vi furono le due conferenze anti-gender [cfr. parte IX]. Al palazzo della Gran Guardia avevamo de Mattei, incastrato nella rete della “Marcia Nazionale per la Vita”, mentre nella sala A.T.E.R. di Piazza Pozza avevamo Sanfratello. Le strade dei due si sono divise, soprattutto durante gli anni Novanta. Il primo si avvicinò a Gianfranco Fini, pur non condividendone il progressivo e timidissimo avvicinamento ai valori dell’antifascismo, l’altro fece da mentore a Roberto Fiore, sposando in pieno la costituzione del partito Forza Nuova; l’uno privilegia ancora le idee pliniane, l’altro si accompagna ai neofascisti lefebvriani di quelli più estremisti, tra cui l’esaltatore di Priebke, Floriano Abrahamowicz. Ciò che, piuttosto, è sconfortante è il generale silenzio su quanto accade e, soprattutto, su quali conseguenze vi siano e si ripercuotano nella politica dell’Italia, perché una cosa de Mattei e Sanfratello la condividono tutt’oggi, così come un tempo, ossia la rigidità e la violenza con le quali si sentono liberi di affermare che le donne che scelgono di abortire sono assassine; che le persone omosessuali e trans sono malate; che bisogna ritornare al rigore morale di una messa in latino che lancia anatemi. In comunione i due hanno quelle croci celtiche trattate come armi sante, alte le idee di quel post-fascismo che si sbarazza, in un colpo solo, dei valori antifascisti costituzionalmente riconosciuti.

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Mauro Ronco

Postilla a margine. A Casal Monferrato (AL), il 22 settembre 2013 – dunque il giorno successivo ai due convegni anti-gender di Verona – insieme al membro dei “Giuristi per la Vita” Giorgio Razeto, Mauro Ronco aveva organizzato un convegno promosso da “Alleanza Cattolica”, “Comunione e Liberazione” e il “Movimento per la Vita”. Durante l’evento, dal titolo: “Gender, omofobia e transfobia: verso l’abolizione dell’uomo?“, si sostenne, per esempio, che l’omosessualità non sia una malattia ma un sintomo, che essa sia una “tendenza, da non confondere con semplici atti omosessuali” e anche diverse altre “supercazzole” senza pari, inanellate per contrastare il DDL Scalfarotto contro l’omofobia. In risposta a queste affermazioni, alcuni attivisti LGBTI manifestarono il loro dissenso, in modo arrabbiato e non violento. Dunque, il 27 settembre, il deputato del Nuovo CentroDestra (NCD) Alessandro Pagano presentò un’interpellanza urgente. Nello spiegare i fatti, egli blaterò di lobby gay, di pericoli imminenti, di collaborazione tra gli attivisti e i giornalisti de Il Fatto Quotidiano, fino ad arrivare all’equiparazione tra l’inventata ideologia gender e le vittime del nazismo: “Abbiamo abbandonato il XX secolo, che ha creato morti, vittime, povertà con ideologie come il nazismo e il comunismo, stiamo affrontando il XXI secolo con una ideologia che è ancora peggiore, e che farà altrettanto danno se non entriamo nel merito di queste vicende”, non senza aver già sostenuto che loro (i firmatari dell’interpellanza?) sono “i più grandi difensori delle minoranze sessuali”. Aggiunse: “Siamo i più grandi difensori di coloro che ritengono che è giusto che la propria libertà venga evidenziata e portata avanti dovunque, a qualsiasi livello e per qualsiasi argomento, a maggior ragione per argomenti di tipo sessuale e per la propria coscienza. Ma questo vale evidentemente a maggior ragione per coloro che sostengono che il diritto naturale, quello del matrimonio tra un uomo e una donna, è altrettanto lecito, che è esattamente quello che è già successo come microscopico episodio nei giorni scorsi a Casale Monferrato” (corsivo mio). Delineando la personalità di Ronco, affermò:

Il massimo disturbo si è avuto durante l’intervento del professore Mauro Ronco, che per la cronaca, lo vorrei dire, è ordinario di diritto penale all’università di Padova, già presidente più volte dell’ordine degli avvocati di Torino, componente prestigioso del Consiglio superiore della magistratura. Quindi, stiamo parlando non di un uomo che poteva andare a fare un intervento politico, ma di un giurista, che doveva andare a spiegare l’incostituzionalità di questa legge, la illiberalità di questa legge. Questo aspetto, evidentemente, ha fatto andare fuori di testa i disturbatori, al punto che a questa persona qualificatissima è stato assolutamente impedito di parlare – proprio il suo intervento è stato il momento topico del disturbo – e, quindi, da lì il fatto che ho appena spiegato, che si è sciolto, poi, il consesso.

Anche i senatori Carlo Giovanardi (all’epoca NCD) e Lucio Malan (Forza Italia) chiesero al Ministro dell’Interno di tacitare le voci contrarie alla loro propaganda omofoba, tramite una seconda interpellanza del 16 gennaio 2014. A fare quasi da spalla vi fu sempre il vicepresidente dell’Interno, Filippo Bubbico del Partito Democratico, che fece notare come vi potesse essere un reato per mancato e tempestivo preavviso da parte dei contro-manifestanti, e aggiunse: “L’episodio di Casale Monferrato deve comunque indurre ad una riflessione seria sui valori della tolleranza e sulla necessità che la diversità anche più aperta delle opinioni non divenga motivo di contrapposizione violenta e sopraffattoria”. A quel punto, Giovanardi incensò Ronco con parole quali: “Chi conosce il diritto sa che Mauro Ronco è un decano, un ordinario di diritto penale italiano. Dunque, non era una manifestazione di ragazzotti”. Tutti dimenticarono di sottolineare, però, che Mauro Ronco è stato eletto al Consiglio Superiore della Magistratura politicamente, che è nel direttivo della “Fondazione de Gasperi” con il Ministro dell’Interno, Angelino Alfano (NCD), e che è stato anche lo storico avvocato di Carlo Maria Maggi nei processi sulla Strage di Piazza della Loggia, processi in cui e strage per cui l’imputato è stato indicato come mandante. Maggi è stato uno dei principali responsabili di Ordine Nuovo, insieme a Franco Freda. Per Freda, presero le difese il suo estimatore Giovanni Cantoni e Agostino Sanfratello, che fondò il “Comitato di solidarietà pro detenuti politici” attraverso il quale si tentò in svariati modi di scagionare il terrorista neofascista anti-gender e, oggi, anche editore delle Edizioni AR. Tanto per dire.

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