Elisa Anne Gomez: Una confessione

L’uomo, in Occidente, è diventato una bestia da confessione.
Michel Foucault – La volontà di sapere

Il 25 gennaio 2016, la giornalista Paola Tavella ha pubblicato un articolo sull’Huffington Post in cui si domandava se l’attivista statunitense Jennifer Lahl, impegnata da tempo contro la gestazione per altri (anche attraverso il suo Center for Bioethics and Culture), fosse al corrente della situazione italiana. Infatti, Lahl era stata invitata dal “Comitato Difendiamo i nostri figli” per fare da relatrice al “Family Day” del 30 gennaio, prima di volare a Parigi e partecipare il 2 febbraio all’evento “Stop surrogacy now”. Insieme a lei, avevano chiesto di venire in Italia a Elisa Anne Gomez, madre surrogata del Minnesota, che, però, al Family Day non è andata. Nell’articolo per l’Huffington Post, Tavella spiegava che alle due donne il viaggio era stato pagato proprio dal Comitato. In verità, non solo il viaggio, poiché sembra che le due non abbiano speso un solo penny per stare in Italia: è stato pagato tutto, perfino un’indennità per spese accessorie. Voglio precisare che, a nome dell’intero Comitato e nello stesso giorno della pubblicazione del pezzo di Tavella, la giornalista Costanza Miriano ha altresì dichiarato che non c’erano soldi per assicurare i bagni chimici né soldi “per i maxischermi, per il palco, per lo streaming, per la pulizia straordinaria, per le protezioni delle aree archeologiche e per molto altro”. Per queste ragioni, sono state chieste donazioni al sempiterno grido di “Fate passare il cestino delle offerte”. Se non fosse che.

La confessione rende liberi?

Il 25 gennaio ho dunque deciso di contattare Elisa Gomez. D’altronde, proprio su Facebook, lei stessa aveva pubblicato il suo discorso al Senato del Minnesota il 26 febbraio 2013 e io l’avevo letto. Nel furore della scrittura, Elisa aveva precisato: “Decisi di diventare una madre surrogata. Andai online su un forum dedicato alla maternità surrogata e mi iscrissi come madre surrogata. Non erano previste sedute terapeutiche, nessun avvocato a rappresentarmi, c’eravamo solo io e le mie scelte. Incontrai diverse coppie e alla fine mi decisi a scegliere una coppia gay. All’inizio loro erano magnifici e così decidemmo per una maternità surrogata tradizionale [dunque anche gli ovociti erano di Elisa, n.d.r.]. Scelsi così perché oralmente ci eravamo accordati che sarei stata sempre la madre della mia bambina” (traduzione mia). A quel punto, meditando sulla sua scelta di una coppia gay, notando chiare e pubbliche citazioni a Martin Luther King e a Malcom X, dopo un’occhiata alla lista dei suoi amici, mi sono arrischiato. Le ho scritto che sapevo del suo arrivo in Italia perché qualcuno l’aveva nominata in un articolo, che mi dispiaceva per il suo dolore, per la sua tristezza, per la sua sofferenza. Ho tentato, poi, come Tavella con la poco disponibile Lahl, di chiarirle ciò che avviene in questo paese, della questione del “gender”, dei discorsi d’odio che si sono amplificati negli ultimi mesi, di questa isteria supportata in particolare dall’estrema destra e dal tradizionalismo di alcuni cattolici, del fatto che io sarei parte di una sorta di lobby e della “Gaystapo” solo perché sono omosessuale, con una violenta offesa alla storia umana. Le ho parlato della confusione pretestuosa tra un disegno di legge sulle unioni civili e una legge sulla procreazione medicalmente assistita e le ho sottolineato che la gestazione per altri riguarda la legge 40, che la rende illegale in Italia ma, ovviamente, non riguarda né può riguardare l’estero.

A quel punto, le ho mandato degli articoli scritti in lingua inglese, così che potesse farsi anche una propria opinione (e parlo di questo, questo, questo, questo, questo, questo e questo). Le ho anche citato il tweet del Segretario Generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, il quale incoraggia l’Italia ad assicurare riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso. Inoltre, avendo serie difficoltà a spiegare a un’anglofona che, in Italia, alcuni non vogliono che la parola gender significhi serenamente genere, le ho addirittura inviato un articolo sulla diffusione della “ideologia gender” in Polonia. Così, almeno, poteva capire meglio che cosa sta accadendo in alcuni paesi di base cattolica e di lingua non-inglese, specificandole che i meccanismi sono più o meno sovrapponibili ovunque. Le sue risposte mi hanno spiazzato. Lei, subito, mi ha scritto di non essere in alcun modo anti-gay, di essere prochoice e per i diritti per tutti e per tutte. Mi ha sottolineato di essere solo contraria, con grande energia, alla gestazione per altri, che lei crede in particolare al riconoscimento dei diritti e delle tutele per le madri e per i loro figli. Quando le ho fatto notare che, vista così, la sua posizione sarebbe stata un po’ difficile da comunicare in Italia, lei mi ha detto che no, alla fine qui da noi si starebbe legiferando sulla maternità surrogata. Il punto è che non aveva tempo di leggere tutti gli articoli e mi ha ripromesso di farlo quando sarebbe stata libera. Allora l’ho incalzata e le ho risposto che non è vero che qui discutiamo di gestazione per altri e le ho rispiegato la legge 40, dicendole che noi italiani stiamo, invece, cercando di far approvare un disegno di legge sulle unioni civili, quello che porta il nome della senatrice Monica Cirinnà. Le ho raccontato che il legame tra gestazione per altri e unioni civili deriva dal trambusto di chi al DDL Cirinnà si oppone, che le cose sono molto più complicate di ciò che le sembra di aver compreso.

Dopo qualche ora, Elisa ha letto gli articoli e mi ha scritto che mi capiva, che tanti suoi amici sono omosessuali e trans, pertanto ha fatto e fa parte indirettamente della comunità LGBTI da eterosessuale, che non ha alcun problema a riguardo, essendo lei un’artista e dunque avendo chiare le sensibilità di tutti e di tutte. Mi ha aggiunto che, però, la sua storia è entrata in conflitto con alcuni movimenti LGBTI. Poiché, infatti, i due uomini per i quali ha portato avanti la gravidanza erano gay, lei è stata trasformata in martire. In Minnesota – mi ha raccontato – bisognava legittimare le possibilità scientifiche della gestazione per altri e dimostrarne la validità, trasformando il tutto in una battaglia per i diritti alla genitorialità di persone dello stesso sesso – trasformazione che, per lei, non è sana. Il sistema giudiziario non ha voluto tutelarla in quanto madre biologica, per una serie di coincidenze (per esempio una giudice lesbica, mi ha detto). Quindi lei ha riportato il discorso ad alcuni malfunzionamenti della giurisprudenza statunitense: “Le due parti della questione [persone LGBTI, sistema giudiziario] hanno usato la gestazione per altri come trampolino di lancio per essere pro o contro i diritti gay, ma le due cose non sono omologhe. La maternità surrogata riguarda il dolore e il sentirsi vuoti. La maternità surrogata crea vittime in ogni singolo aspetto, non può essere la strada giusta”. Ci ha tenuto, altresì, a dirmi che nel 2012 lei votò per i matrimoni per tutti e per tutte in Minnesota, che in questo crede fermamente, così come fortemente e universalmente è contraria alla gestazione per altri. Senza alcuna distinzione di sesso né di orientamento sessuale.

Elisa

Il potere riduce al silenzio?

Non è mio compito né mia intenzione, qui, sconfessare le sue parole, anche perché io ho, precisamente, solo quelle. Il punto di vista delle persone coinvolte nella sua storia mi manca, così come non ho accesso, ovviamente, alle carte del processo. Non posso sapere quali siano tutte le parole che arricchirebbero la sua storia né conosco gli aneddoti e i fatti attraverso i quali scolpire un’idea più globale. Lei mi ha parlato di un sistema giudiziario non proprio limpido e abbastanza corrotto, mentre io ho intravisto una piuttosto scarsa regolamentazione delle pratiche della maternità surrogata nel suo stato (un forum su internet? nessun avvocato? nessun terapeuta?). Elisa ha affermato che non si arrenderà e che mai ha fatto della sua esperienza un attacco diretto a gruppi specifici di persone: lei è contraria alla gestazione per altri, così come alla stepchild adoption, per tutti e per tutte, eterosessuali e omosessuali. Le ho fatto notare che, ciò nonostante, in Italia sarà manipolata (di nuovo) e che, infatti, sta già accadendo: la sua storia verrà usata per attaccare me e tutte le altre persone non-eterosessuali. Ha dato le sue confessioni, già per loro natura incastrate in reti di potere, in mano a squali che le hanno pagato tutto, pur di farla volare qui e affossare una legge che neanche contempla la gestazione per altri.

Mi domando: perché Elisa è contro ciò che potrebbe rischiare di essere uno sfruttamento del corpo delle donne, sotto compenso, e per affermarlo si sta facendo sfruttare allo stesso modo dal “Comitato Difendiamo i nostri figli”? Com’è successo? La storia è questa: su Facebook, il 18 gennaio 2016, Jennifer Lahl ha lanciato un invito alle madri surrogate, dicendo: “Se sei una madre surrogata e ti opponi alla gestazione per altri, lo rimpiangi, apertamente ti dici contraria e vuoi un viaggio con tutte le spese pagate a Roma, in Italia, stanno cercando qualcuno per testimoniare nel loro Senato alla fine del mese”. Elisa si è prontamente offerta per due ragioni. La prima, ironica: fisicamente potrebbe sembrare italiana e attirerebbe così l’empatia degli ascoltatori; la seconda, intima: in quanto artista, l’Italia sarebbe un ottimo paese in cui andare a raccontarsi. Sia rilevato, altresì, che qualcun altro ha anche chiesto che l’appello divenisse pubblico, in modo tale da poter diffondere l’imperdibile offerta di un viaggio in Italia con tutte le spese pagate. Onestamente, chi non lo farebbe? Non lo faresti anche tu se la tua vita, così come la percepisci innanzitutto, è stata segnata da un dolore che ti pare chieda di essere urlato e protetto? Un dolore, si badi, talmente pesante che ti sembra giusto generare leggi coercitive, persino altrove e fuori dal tuo paese d’origine, lì dove sei stata vittima perché la gestazione per altri è regolamentata un po’ maluccio. A mio avviso, bisognerebbe essere più delicati con Elisa. E invece.

Elisa Anne GomezAl principio, a cercare una madre surrogata, sotto compenso economico, sono stati quelli di “ProVita Onlus” e non devo ricordarvi di chi stiamo parlando, spero. Il 2 febbraio 2016, infatti, da loro è stata organizzata al Senato una conferenza stampa con Elisa, promossa dal senatore Lucio Malan (Forza Italia). Lei era seduta in mezzo a Toni Brandi e Francesca Romana Poleggi. Così, ha raccontato la sua storia, che potete ascoltare qui, e ha seguito lo stesso discorso fatto al Senato del Minnesota. Come mi aveva promesso, ha anche detto di essere per i matrimoni per tutti e per tutte, nella parte del dibattito che, purtroppo, non è stata registrata. In ogni caso, lei lo aveva persino già esplicitato sulla sua pagina Facebook, dopo che il dialogo con me l’aveva portata a porsi dei dubbi. Elisa è una persona molto dolce e, secondo me, non comprende perfettamente quale tipo di morbosità violenta si è costruita negli ultimi mesi in Italia. Poco dopo la conferenza stampa, per esempio, sono usciti tre articoli sulla questione: uno sulle pagine di Notizie ProVita, uno su Il Giornale (a firma di quella Alessandra Benignetti di Forza Nuova) e infine uno su Il Secolo D’Italia. Quello che ha colpito Elisa è stato quest’ultimo. Mi ha chiesto se potessi scrivere, in questo articolo, che i due omosessuali non sono degli ubriaconi. Ci tiene a sottolinearlo perché mai penserebbe che questo sia il punto della questione. I due non sono alcolizzati – mi ha detto – ma erano ubriachi solo quella volta che chiamò la polizia perché non si prendevano cura di sua figlia. Ha aggiunto: “E poi perché non scrivono neanche che ho dichiarato di essere per i matrimoni per le persone dello stesso sesso?”.

… [L]a verità non è libera per natura, né l’errore servo, […] la sua produzione è interamente attraversata dai rapporti di potere. La confessione ne è un esempio.
Michel Foucault – La volontà di sapere

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One thought on “Elisa Anne Gomez: Una confessione

  1. Manipolazione. Ci si può fare tutto. Hai presente ghost e la scena del vaso? Ecco, qui succede lo stesso. Ma alla fine il sesso non è appagante. Biosgna farlo “non per piacere”… Mi sembra di ricordare lo abbia detto qualcuno da un palco qualche giorno fa. Chiudo con le parole di mio nonno: “MA, SECONDO TE, LA POTEVA VINCE LA GUERRA L’ITALIA? NO CHE NON LA POTEVA VINCE!”

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