Sodom: Il mondo disattento alle cose delicate

Verlaine preferiva i versi impari perché de la musique avant toute chose, poi misurava gli alessandrini e si confrontava con il sonetto e lo rovesciava, dando vita così al sonnet inverti, cioè al sonetto “invertito”, con due terzine prima e due quartine dopo. Secondo alcuni, queste sue leggere rivoluzioni erano un modo per indicare le chiavi di lettura di certe poesie, capovolte e ribaltate per sovvertire la cultura, la politica, il sesso. Seguendo questa idea, anche una poesia come Marco, contenuta nei Poèmes saturniens e incentrata su una figura femminile assai particolare e sconvolgente, si presterebbe a essere letta diversamente grazie ad alcuni espedienti formali – tra cui una curiosa, prima rima baciata tra le parole hommes e Sodomes. D’altra parte, c’è chi sostiene che siano stati proprio gli stratagemmi poetici di carattere omo-erotico a fare da collante tra Arthur Rimbaud e Paul Verlaine, forse negli scambi epistolari avvenuti già prima degli incontri fisici, scambi le cui carte andarono bruciate; così come altri ricordano la figura ambigua di Charles Auguste Bretagne, ponte umano tra i due poeti e quasi certamente amante di Verlaine. Allora, è con queste piccole dolcezze che vorrei continuare questo blog, mi piacerebbe che venissero tenute a mente, conservate e incustodite, per capire un po’ meglio quella gelosia che alcuni vedono e altri no. Perché non c’è guerra che si possa combattere contro i segreti degli innamorati, di coloro che dormono con le braccia stanche attorno al collo, dopo l’amplesso e prima dei risvegli ridenti; non esiste lotta contro le passioni tenere e furiose di quei testimoni puri e degli amori che, piaccia o no, sono fuori dai ranghi.

Sus aux Gomorrhes d’à côté !

A questo punto, ricominciamo.

Quand Marco passait, tous les jeunes hommes
Se penchaient pour voir ses yeux, des Sodomes
Où les feux d’amour brûlaient sans pitié
Ta pauvre cahute, ô froide Amitié
[…]

Paul Verlaine – Marco

 

Der Ewige Jude

Ho visto un film di propaganda che mi impone il peso delle parole per non esagerare, per riequilibrare, per dare un senso alla parola propaganda. Si tratta di un prodotto anti-gay che funziona, nella struttura narrativa, come il più celebre documentario antisemita della Germania nazista, ossia Der Ewige Jude (L’ebreo errante), realizzato nel 1940 da Frantz Hippler e supervisionato da Joseph Goebbels. Il parallelo non è casuale. In entrambi i casi, infatti, si tratta di documentari della durata di un’ora circa, che presentano un mondo falsato, la cui interpretazione è corroborata da opinioni violente che diventano fatti (gli ebrei criminali da una parte, gli omosessuali perversi e satanici dall’altra). Le immagini vengono commentate e inquadrate in modo tale che il pubblico abbandoni qualsiasi giudizio sull’opera in sé e si disponga a una totale accettazione, giocata sulle emozioni, delle tesi proposte. D’altra parte, entrambi i film sono supportati da dati manipolati e da aneddoti inventati, mescolati a più fonti audiovisive (in un caso si tratta di brani originali, girati ad hoc, e sequenze finzionali, prese da altri film di finzione; nell’altro, invece, vi sono immagini girate ad hoc e pezzi rubati dalla rete Internet). Soprattutto, si chiudono allo stesso modo.

Der Ewige Jude (Film Antisemita)Il documentario della Germania nazista, sul finale, vira verso l’estremo e gioca con tutte le emozioni accumulate pian piano, attraverso la demonizzazione della cucina kosher, il rovesciamento di senso della festività e dei rituali, l’orrore del processo di macellazione degli animali, lasciando sempre intendere che l’obiettivo ultimo sia una “cospirazione contro i non ebrei da parte di una spregevole e velenosa razza maligna, una cospirazione contro i cittadini ariani e le loro leggi morali”. Si arriva, così, a sostenere indirettamente che gli ebrei celebrino l’omicidio e il massacro di innocenti, come metaforizzato dall’uso delle carni animali. A dimostrazione di tale tesi, viene mostrato materiale esplicitamente definito scioccante (quello sulla macellazione). Der Ewige Jude, a questo punto, avendo suscitato paura, disgusto e tristezza, incanala la rabbia e la trasforma in speranza e gioia: dopo una finale riflessione sui tedeschi miti che hanno permesso le “giudaiche” aberrazioni della cultura e della vita, il film apre verso la gloriosa rivolta del movimento nazional-socialista e di Hitler. La Germania nazista, infatti, saprebbe riconoscere gli ebrei, i loro simbolismi e le loro metafore, vuole perciò ostacolarli ed eliminarli e, con questo spirito, “marcerà verso il futuro”.

SodomL’altro documentario vira anch’esso verso l’esagerazione finale, demonizzando la promozione dei diritti umani, rovesciando di senso le proteste politiche, le manifestazioni e le misure contro l’omotransfobia, parlando dell’orrore del veleno cancerogeno (sic.) gay-friendly che si espande dalla televisione occidentale e arriva alla diffusione, reputata consequenziale, dell’AIDS. A sostegno di tutto ciò, vengono mostrate le torture delle carceri in Georgia, descritte come ispirate alla prigione di Abu Ghraib, ergo al potere feroce degli Stati Uniti e all’imposizione dell’omosessualità nel mondo. Il collegamento più o meno sotterraneo sono i Pride, in cui le persone LGBTI celebrerebbero lo stupro e le violenze inflitte agli innocenti, la fine del mondo. Addirittura, le marce dell’orgoglio sarebbero supportate da governi e da associazioni che si preoccupano dei diritti civili e non dei corpi torturati di uomini eterosessuali, come accaduto ai georgiani. Lo scopo di tale cospirazione eversiva sarebbe quello di “omosessualizzare” le popolazioni e annientare le forze virili. Com’è ovvio, i principali destinatari dell’accusa – per non dire i nemici manifesti – sono Barack Obama e Hillary Clinton. Lo scopo di questo documentario è, allora, presentare la Russia di Putin come una culla salvifica, votata alla protezione delle coppie eterosessuali e della prole, il futuro del mondo. Al pari della raffigurazione nazista in Der Ewige Jude e con lo stesso tentativo emotivo, infatti, il film si conclude con la rivolta dei fedeli ortodossi al grido di «Mosca non è Sodoma», per “continuare la vita” crescendo, moltiplicandosi, spandendosi sulla terra e moltiplicandosi in essa.

Sodom 3Un fil rouge estetico del film nazista (il cibo, la tavola imbandita, le preghiere) viene cucito con rimandi interni tra scene diverse, collocate in particolare all’inizio e alla fine del documentario. In quest’altro, invece, rettangoli censori vengono posti sugli atti di violenza delle prigioni in Georgia, così come rettangoli simili erano già stati sovra-impressi sui baci tra persone dello stesso sesso durante le contro-proteste antifasciste a una manifestazione tedesca, anti-gender e di estrema destra (nello specifico, si badi bene, si tratta della manifestazione svoltasi a Colonia il 22 marzo 2014, cui parteciparono anche le frange lefebvriane e radicali della Manif pour Tous francese). Per tutto il tempo, inoltre, immagini di Pride statunitensi fanno da collante estetico, tessendo una trama eversiva delle proteste di piazza. L’obiettivo è creare similitudini iconografiche e, quindi, attivare parallelismi nelle teste del pubblico, ritenuto materia da plasmare secondo idee precise e scopi mirati. A tal proposito, i due documentari si intrecciano rispetto ai presunti lavaggi di cervello operati da oligarchie forti e potenti, all’evocazione della degenerazione dei costumi, della perversione dell’arte, dell’invenzione della liberazione sessuale: da una parte il complotto giudaico, dall’altra quello occidentale e della lobby “omosessualista”. In sostanza, di quel che scrisse la storica Joan Clinefelter, nella sua analisi su Der Ewige Jude pubblicata nel testo Cultural History Through a National Socialist Lens, buona parte si può ritenere interessante e valida per quest’altro documentario. Basta fare i dovuti distinguo e sostituire alcune parole:

Per tutto il tempo, Der Ewige Jude ribadisce con insistenza il messaggio antisemita al suo pubblico. La narrazione e il ritmo incessanti del film sono stati messi a punto per evitare che lo spettatore possa riflettere sul messaggio o sulle immagini. Infatti, il film è tanto tedioso quanto opprimente, mentre procede verso ciò che si può meglio definire come un Blitzkrieg cinematografico dell’antisemitismo. L’oppressione del film nei confronti del pubblico rimarca le differenze tra questo film e la maggior parte degli altri documentari. Der Ewige Jude, al contrario di altri film documentaristici, non fa appello all’intelletto e non invita il pubblico alla riflessione. Piuttosto, il film opera a un livello viscerale, svegliando paure, alimentando pregiudizi e confermando, se non fomentando, il disprezzo del pubblico sull’oggetto di interesse del film, gli ebrei. In parte, questo tipo di assalto sul pubblico – e sugli ebrei – serve molto ai realizzatori, poiché aiuta la disponibilità degli spettatori ad accettare la patina ideologica posta sopra le presunte obiettive immagini documentaristiche dei ghetti polacchi. [Traduzione mia; pp. 139-140.]

Adesso immagino vorrete sapere di che cosa sto parlando. Ebbene, sto parlando di Содом (Sodom), documentario realizzato da Arkady Mamontov, il giornalista russo che, già nel 2013, incolpò gli omosessuali della caduta della meteora di Čeljabinsk.

Il gender di Sodom (indeed)

Sodom fu presentato ufficialmente nel settembre del 2014 al Forum di Mosca “Large Family and The Future of Humanity”, evento che sarebbe dovuto essere l’ottavo “World Congress of Families” (WCF) prima dell’adesione della Crimea alla Russia e prima della guerra del Donbass. È poi andato in onda sul canale televisivo Rossiya-1 il 27 maggio 2015 all’interno del programma Spetsialny korrespondent (Inviato speciale). Per l’occasione, il film è stato incorniciato da un dibattito particolarmente omofobo, cui ha preso parte anche Alexey Komov. Questi è il portavoce russo del WCF, ambassador dello “Howard Center for Family, Religion and Society” all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e presidente della fondazione “FamilyPolicy.ru”, la quale, a sua volta, rappresenta lo “Howard Center” e il WCF in Russia e nella Comunità degli Stati Indipendenti. In sostanza, Komov è un personaggio centrale per gli equilibri delle principali Organizzazioni Non Governative (ONG) pro-life e pro-family degli Stati Uniti (ma non solo) e per i loro rapporti con la Chiesa Ortodossa e le associazioni russe, legate in particolare al magnate Kostantin Malofeev (si vedano la fondazione “San Basilio il Grande”, di cui Komov è direttore internazionale, e la “Safe Internet League”, nella quale Komov è membro del consiglio di amministrazione). Al pari di Aleksandr Dugin e del suo braccio destro Georgy Gavrish, Malofeev è, invece, il ponte tra le politiche di Putin e quelle dell’estrema destra europea, tanto da aver avuto anche un ruolo rilevante nel finanziamento dei neofascisti europei e filo-russi all’interno del conflitto ucraino. Questo quadro delinea la porzione di mondo che c’è dietro Sodom e dentro il Forum di Mosca, dai lobbisti statunitensi ai militanti di estrema destra, cui vanno aggiunte le figure dell’oligarca Vladimir Yakunin, fino a poco tempo fa grande alleato di Putin, della politica ultra-conservatrice Yelena Mizulina, promotrice delle leggi contro Internet e contro la propaganda gay, e dell’arciprete Dmitry Smirnov, il quale, fra le tante cose, crede nella superiorità maschile ed è contrario alle misure per contrastare la violenza domestica.

WCF

Uno schema degli organizzatori del Forum (ex WCF) di Mosca, realizzato da motherjones.com

A grandi linee, la traiettoria è la seguente: dai lavori di lobbying all’ONU, i fondamentalisti cattolici ed evangelici degli Stati Uniti sono pian piano passati a globalizzare le loro lotte. Il motivo è molto semplice. Oltre a lavorare negli organismi internazionali, seppur talvolta con difficoltà, magari a causa di posizioni fortemente anti-islamiche, antisemite e razziste (si veda il rapporto tra ONU e “Human Life International“, legata a doppio filo anche con gli anti-abortisti in Italia), gli attivisti e i lobbisti statunitensi si impegnano affinché all’estero non passino leggi a tutela dei diritti riproduttivi, sessuali e civili. Non devono, cioè, crearsi precedenti che possano influire su processi e sentenze e/o che possano orientare gli ordinamenti giuridici. Ciò significa finanziare referendum, supportare proteste e azioni legali, radicarsi nei vari paesi, sfruttare i mezzi di comunicazione; diviene fondamentale la costruzione o implementazione di reti che dialoghino e promuovano la stessa agenda con aneddoti emblematici, retoriche unitarie e strategie condivise. In questa ottica, si fa lobbying sia all’Unione Europea sia all’interno di un singola nazione, sfruttando l’interdipendenza del sistema sociale. Per esempio, come Dale O’Leary ai tempi delle Conferenze dell’ONU del 1994 (sulla popolazione e lo sviluppo) e del 1995 (sulle donne), una dei personaggi-chiave per la diffusione della così detta “ideologia gender” a livello europeo è Gabriele Kuby.

Gabriele Kuby

Gabriele Kuby

Sociologa tedesca, Kuby – insieme alla figlia Sophia, a capo della ONG “European Dignity Watch” – è in contatto con tutte le lobbies americane ed europee. Basti leggere chi la celebra a margine di The Global Sexual Revolution (2012), uno dei suoi ultimi testi anti-gender (o, a essere precisi, anti-gender mainstreaming / anti-genderismus). Sia ricordato en passant, Kuby è la stessa che rese pubblico il suo scambio di lettere con Papa Benedetto XVI (a proposito dei libri da lei scritti contro la magia “satanica” raccontata in Harry Potter) e che a Ratzinger ha continuato a dare i suoi testi; è la stessa che fu presente il 13 gennaio del 2013 alla Manif pour Tous francese; la stessa che viene lodata dal vescovo ausiliare ultraconservatore di Salisburgo, Andreas Laun, il quale aveva già firmato raccomandazioni incluse nelle prefazioni ai testi di Kuby; la stessa che partecipò al forum “Large Family and The Future of Humanity” e lo raccontò per LifeSiteNews. Kuby, infine, è tra le personalità “autorevoli” intervistate in Sodom. Allo stesso modo, infatti, le scelte omofobe e sessiste della politica putiniana hanno aiutato i conservatori cristiani statunitensi e i cattolici fondamentalisti europei a stabilire contatti proficui con alcuni russi e riproporre un modello religioso e conservatore di “successo”.

Sebbene questa sia una storia avviata più attivamente negli anni Novanta, è solo negli ultimi tempi che le ONG conservatrici, anti-femministe e anti-LGBTI hanno trovato canali di diffusione popolare nell’Europa occidentale. Da un lato vi è la rinegoziazione costante dell’identità europea, interrogata e giocata anche dalla Russia anti-USA di Putin; dall’altro le strategie adottate dall’ONU e dal Consiglio d’Europa per combattere la violenza nei confronti delle donne, la violenza domestica, i crimini d’odio, i discorsi d’odio, etc. e che vengono poi riprese dalle legislazioni nazionali. Non a caso, tra i documenti aggrediti dai lobbisti statunitensi ed europei vi sono i Principi di Yogyakarta (2007), che per loro limiterebbero alcuni diritti e libertà (tra cui l’autorità familiare, le libertà d’espressione e di religione), oppure la Convenzione di Istanbul (2011) che definisce il genere come costruzione sociale e tiene in conto identità di genere e orientamento sessuale (cosa non gradita né alla Russia né al Vaticano). A tutto questo vanno aggiunti almeno i famigerati Standard per l’Educazione sessuale in Europa (2010), citati un po’ ovunque dalle reti anti-gender europee, a partire da Kuby, e lontani dalle lezioni scolastiche sulla verginità chieste dall’arciprete Smirnov. Com’è intuibile, mi sto riferendo solo ad alcune delle strategie recenti adottate degli organi internazionali e aggredite dai conservatori; l’intero discorso meriterebbe un’analisi a parte, dal Trattato di Amsterdam (1999) alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (2000), alla Risoluzione del Parlamento Europeo sull’omofobia in Europa (2006), eccetera.

Yeson8Comunque, si tratta di principi e di convenzioni che entrano in conflitto con le politiche dei fondamentalisti cristiani e ortodossi, in un mondo sempre più interconnesso. Se, da una parte, l’idea geopolitica dei russi anti-USA si modella su temi etici e su valori “tradizionali” che a loro sembra siano stati perduti nell’Europa occidentale, dall’altra i conservatori statunitensi rafforzano il concetto, alimentando strane sinergie e ribadendo quanto già fatto nelle campagne, al contempo vincenti e inutili, a favore della Proposition 8. Nel 2008, infatti, la Corte Suprema della California dichiarò incostituzionale la Proposition 22, votata con referendum nel 2000 e che sarebbe dovuta servire a emendare il diritto di famiglia, definendo il matrimonio come unione tra un uomo e una donna. Avendo già intuito il risultato finale, i conservatori avanzarono una nuova proposta emendativa, cioè la Proposition 8, per modificare la Costituzione californiana ed eliminare la possibilità di contrarre matrimonio per le coppie formate da persone dello stesso sesso. Ancora una volta, il referendum passò, per poi essere ritenuto anch’esso incostituzionale, giacché violava la Equal Protection Clause. Allo stesso modo, la Proposition 8 fu ritenuta illegittima perché serviva solo a “ridurre lo status e la dignità umana di gay e lesbiche in California e per riclassificare in maniera ufficiale le loro relazioni e famiglie come inferiori a quelle delle coppie formate da persone di sesso diverso” (traduzione dell’avvocato Antonio Rotelli). Così, il refrain più consolidato è diventato quello della lobby demo-plutocratica “omosessualista” che calpesterebbe la volontà del popolo, oltre che della natura e di Dio, imponendo una “agenda gay“. Nelle cantilene dei fondamentalisti statunitensi, questo ritornello è divenuto più “vero” dopo il giudizio di incostituzionalità del Defense of Marriage Act (DOMA) nel 2013 e, soprattutto, con la sentenza del 2015, sul caso Obergefell v. Hodges, che ha stabilito l’incostituzionalità del divieto per i matrimoni egualitari.

A colpi di battaglie politiche, ben sperimentate negli Stati Uniti, le strategie di contrasto degli attivisti contrari ai matrimoni egualitari sono divenute spaventosamente simili, nella forma come nel contenuto, sul piano transnazionale come su quello nazionale. Dunque, lontane da un banale discorso sui diritti umani e sulle discriminazioni, si ripetono le tecniche consolidate dalla rete ProtectMarriage.com che finanziò e promosse le campagne per le due Proposition in California (con l’aiuto influente dei mormoni). Guardate questi spot, per esempio, con cui si attaccarono i libri per bambini nelle scuole, l’educazione, la magistratura, l’omogenitorialità… Vi ricordano qualcosa? E, se poi volete saperne di più, potete leggere anche questo articolo della giurista Joyce H. Hahn, pubblicato nel 2010 per la Southern California Review of Law and Social Justice, sul legame pretestuoso tra matrimoni egualitari ed educazione scolastica: cercare le differenze con le retoriche anti-gender è molto divertente.

[Qui la seconda parte.]

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