World Congress of Families: le origini

(Qui la parte I.)

PARTE II

Di solito, l’origine del World Congress of Families viene fatta risalire al gennaio del 1995, quando Allan C. Carlson passò quasi cinque giorni nella capitale russa su invito di Anatoly Antonov, direttore del dipartimento di sociologia della famiglia e demografia dell’Università Statale Lomonosov di Mosca. Più volte nel corso dei successivi anni, sarà lo stesso Carlson a raccontare abbastanza dettagliatamente come prese forma l’idea di un congresso mondiale tutto dedicato alla famiglia etero-patriarcale.

Nell’introduzione a Общество, семья, личность: социальный кризис Америки [Società, famiglia, persona: la crisi sociale americana], raccolta di scritti di Carlson curata, tradotta e pubblicata nel 2003 da Antonov, il sociologo russo scrive che a scoprire Family Questions: Reflections on the American Social Crisis fu il demografo Vladimir Borisov, suo collega di dipartimento dal 1989. Borisov aveva letto il primo libro di Carlson e lo aveva apprezzato. In particolare, aveva trovato la seconda parte – The Population Question – utile e rilevante anche per la Russia, un contesto piuttosto diverso da quello per cui era stato pensato, cioè gli USA. Nel capitolo The Depopulation Bomb, incentrato sulla denatalità negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale, Carlson lamentava il crollo delle nascite avvenuto a partire dagli anni Settanta e lo comparava al baby boom degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta. Per l’autore, le cause di questo crollo andrebbero ricercare in tre «cambiamenti strutturali nell’ordine sociale occidentale»: primo, i contraccettivi e la legalizzazione dell’aborto; secondo, il calo del numero dei matrimoni e, soprattutto, il mutato sentimento verso il vincolo matrimoniale, non più visto come unico presupposto per la riproduzione umana; terzo, le donne sposate che, anziché essere madri a tempo pieno, hanno cercato lavori destinati agli uomini pretendendo una parità di salario [pp. 70-72]. Più o meno direttamente, la maggior parte delle responsabilità per il presunto crollo demografico veniva messo sulle spalle delle femministe e delle donne.

Anatoly Antonov

Anatoly Antonov (Fonte: MotherJones)

Borisov aveva quindi consigliato il libro di Carlson ad Antonov. Una volta letto Family Questions, l’analisi incentrata sulla famiglia composta da padre, madre e (numerosa) prole – intesa come base “tradizionale” della civiltà – appariva, agli occhi di Antonov, originale rispetto alla produzione accademica occidentale. In un qualche modo, per lui sembrava risuonare con i problemi della Russia a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, quando si attraversavano le fasi che culmineranno con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e si affrontava la grave crisi politico-economica. D’altronde, a partire dal 1992 circa, nello stesso periodo in cui Antonov cercava di indurre Boris Eltsin a istituire un ministero della famiglia, la differenza tra numero di persone nate e numero di persone morte – quindi la denatalità – sarà tra i temi caldi della Russia post-sovietica. In Family Questions, inoltre, la famiglia etero-patriarcale veniva presentata come antidoto contro tutti i mali, inclusa evidentemente la xenofobia derivante dal crollo della popolazione statunitense e dall’alto tasso di fertilità degli immigrati messicani: «[È] possibile che la reazione americana a questi andamenti del declino della fertilità e dell’immigrazione straniera possa diventare populista e xenofoba. Il nativismo non è un tema poco frequente nella storia americana e le condizioni sono mature per una nuova ondata di reazioni calde e probabilmente brutte. Il futuro degli Stati Uniti come democrazia pluralistica potrebbe dipendere da come decidiamo di gestire la questione della fertilità» [p. 76]. Questo discorso probabilmente poteva essere visto, mutatis mutandis, come punto di riflessione per capire anche quale direzione la Russia dovesse intraprendere, per sciogliere i nodi di una realtà complessa che si stava ricostruendo e ridefinendo dal punto di vista nazionale, mentre al contempo cercava di mettere a fuoco il proprio ruolo nello scenario globale.

Colpito dal “neo-conservatorismo” del testo, Antonov aveva quindi inviato a Carlson la critica elogiativa di Family Questions. Ne era nato uno scambio epistolare, sfociato prima nella pubblicazione di un articolo a firma di Antonov sulla rivista del Rockford Institute The Family in America e, poi, nell’invito, rivolto a Carlson, a partire verso Mosca, così da poter incontrare sociologi, studenti, ricercatori russi.

L’invito non era così scontato. Nello stimolante e articolato lavoro sul World Congress of Families Activists beyond Confessional Borders: The “Conservative Ecumenism” of the World Congress of Families (2018), la sociologa Kristina Stoeckl ricorda l’esperienza di Antonov – precedente e contemporanea allo scambio epistolare tra lui e Carlson – con l’accademia statunitense. Si trattava di un progetto, partito dalla University of Minnesota e condotto tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, per indagare lo stato delle famiglie in Russia e negli Stati Uniti dopo la perestrojka. Alla fine, la ricerca internazionale si era chiusa con il libro Families before and after Perestroika. Russian and U.S. Perspectives (1994). Antonov era, però, deluso del risultato. La famiglia etero-patriarcale sembrava non essere più fondamentale per gli statunitensi, in particolar modo rispetto al fattore riproduttivo inteso come pietra angolare. Voler considerare la famiglia come punto di raccordo tra un individuo e la società, partendo dalle caratteristiche riproduttive di una coppia eterosessuale, oppure come unica via di mediazione possibile tra persona e civiltà, appariva ormai fonte di rifiuto scientifico, inutile anche per pensare politiche famigliari, insostenibile da un punto di vista femminista. Era venuta meno l’implicita obbligatorietà dei ruoli di padre e madre, non più considerata destino di ogni individuo rigidamente definito dal proprio sesso (inteso binariamente). Con il libro di Carlson Family Questions, Antonov aveva, al contrario, trovato un posizionamento teorico e politico simile al suo. La famiglia etero-patriarcale poteva ancora essere sostenuta.

Nel su citato articolo Activists beyond Confessional Borders, Stoeckl mette in evidenza gli elementi comuni del pensiero e delle analisi di Antonov e Carlson, convergenti sul discorso riproduttivo e, quindi, sulla definizione di “famiglia” come base fondante della società e della civiltà. A partire da ciò,  com’è ovvio, entrambi vivevano il rigetto da parte dell’accademia statunitense e, più in generale, occidentale. Family Questions, per esempio, era stato liquidato come lavoro di parte, nostalgico, fermo a un idilliaco e non problematico racconto della famiglia statunitense degli anni Cinquanta, cieco nel suo slancio anti-statalista in favore di una società agraria basata sui nuclei famigliari composti da padre, madre e prole. Curiosamente, tra le non proprio elogiative recensioni, si trova anche quella scritta dalla sociologa della University of Minnesota Shirley Zimmerman, la stessa con cui Antonov aveva dialogato – per contrasto – in Families before and after Perestroika. Ossessionati dalla riproduzione e dai tassi di natalità, anti-femministi, convinti assertori della differenza tra i (due) sessi e della famiglia etero-patriarcale, Antonov e Carlson convergevano, ovviamente, anche nella battaglia contro il neomarxismo, imperante – a loro dire – nelle elaborazioni teoriche degli anni Novanta.

Diario di Carlson

Qui il diario

Alle 18:50 del 15 gennaio 1995, dunque, Carlson arrivava a Mosca con un volo Lufthansa da Francoforte. Ripartirà il 19 per Praga, dove resterà fino al suo rientro negli Stati Uniti il 23. I dettagli di questo viaggio sono stati raccontati dallo stesso Carlson in un suo diario (un resoconto probabilmente rivolto al Rockford Institute), spesso inviato ai giornalisti e ai ricercatori che vogliono ricostruire la genesi del World Congress of Families, e definitivamente reso pubblico nel giugno 2018 dal giornalista Casey Michel sul sito Think Progress. Le undici pagine che compongono il diario sono state scritte presumibilmente nella giornata del 23, una volta a casa. È infatti l’unica data in cui vengono utilizzati verbi al presente: «Il labrador è steso ai miei piedi mentre concludo questo resoconto». Con minuzia, nel testo vengono elencate tappe, sensazioni, incontri.

Arrivato in aeroporto, Carlson viveva la prima disavventura: i suoi due bagagli erano andati perduti. Allo stesso tempo, l’impatto con la Russia post-sovietica non era stato confortante: «L’aeroporto era tetro e abbastanza sporco, un’ottima introduzione alle realtà di Mosca». Dopo aver incontrato Antonov, un uomo «piacevole» ma dall’inglese «zoppicante», era stato accompagnato all’appartamento destinato agli accademici invitati dall’università, situato in uno «straordinario/orribile» palazzo costruito da carcerati. L’ascensore rotto aveva costretto una salita a piedi per le scale, fino a raggiungere quello che sarebbe stato il suo «“alloggio”: due piccole stanze tipo dormitorio con un gabinetto e una doccia in condivisione». Come l’aeroporto o gli spazi del palazzo, segnati dalla «sporcizia e dall’incuria», anche l’appartamento non versava in buono stato: «Per gli standard americani, il livello igienico era basso (ma migliore di altri per gli standard di Mosca)». In questo totale disastro, l’acqua potabile era ovviamente fuori discussione.

Neanche la mattinata del giorno successivo riusciva a quietare i sensi di Carlson. Se già per la colazione i russi avevano scelto «Pizza Hut (!)», veicoli abbandonati per le strade impedivano un fluido tour della città, vista dai vetri del furgoncino dell’università. Fuori, c’era la neve alta più di venti centimetri, l’aria era pervasa dall’inquinamento («simile a quella della California, due decadi fa») e i russi non usavano il sale per sciogliere il ghiaccio, quindi le strade e i marciapiedi erano «infidi». Persino il dipartimento di sociologia, una volta arrivati, si presentava come «un “moderno” edificio di vetro che aveva disperatamente bisogno di una pulita, di una fresca riverniciata e di interventi di manutenzione». In sintesi, una tragedia.

Fino a questo momento del resoconto, Carlson ha evitato aggettivi negativi soltanto nella descrizione di alcune persone incontrate, specialmente se, in maniera esplicita, avevano manifestato stima nei suoi confronti. Per esempio, Antonov. Dopo attente valutazioni, l’interesse da questi dimostrato nei confronti del lavoro di Carlson poteva essere ritenuto «genuino». Immediatamente dopo questa precisazione, il sociologo russo è quindi tratteggiato come l’influentissimo direttore del dipartimento di sociologia dell’Università Statale di Mosca. Tradotto, qualora non fosse chiaro: «[P]er il contesto russo, è come aver ottenuto lo stesso posto ad Harvard». Ugualmente, le opinioni di Antonov sulla famiglia e sulle questioni demografiche erano altrettanto meritevoli di considerazione, dato che il suo pensiero convergeva con quello di Carson, soprattutto in relazione alla conferenza dell’ONU sulla popolazione e lo sviluppo (Cairo, 1994). Infine, Antonov sembrava un antiabortista sincero, sebbene non troppo convinto. Le sue idee circa l’interruzione volontaria di gravidanza erano «complesse»: poiché «il 90 percento circa delle donne adulte in Russia [aveva] abortito», in quel momento storico risultava difficile, per lui, sostenere una legge che le definisse «implicitamente assassine».

Ivan Shevchenko

Ivan Shevchenko (Fonte)

Sempre il 16 gennaio, dopo la pausa per il pranzo e dopo un incontro con Valery Elizarov, direttore del centro per lo studio della popolazione dell’Università Statale di Mosca, Carlson era stato accompagnato a casa di Ivan Shevchenko, «un artista (pittore) estremamente dotato» nonché presidente della Confraternita ortodossa di scienziati e specialisti (Фавор) e candidato «Pro-Family» per le elezioni alla Duma con la piattaforma «Famiglia-Terra-Casa: Patria». Sposato, padre di (forse) cinque figli che vivevano in «una piccolissima abitazione piena di quadri (alcuni molto grandi), di icone, di antichi mobili russi», Shevchenko era come una rivelazione: «Mi è piaciuto questo tipo. Aveva la barba e gli occhi di un giovane Solzehitsyn. […] È anche un fotografo (molto bravo), oltre che un amico del jazz americano (nel suo appartamento c’erano numerose foto dei grandi del jazz americano impegnati a suonare)». Rispetto alla desolazione di Mosca e alla cautela di giudizio nei confronti dello stesso Antonov, il poliedrico Shevchenko sembrava aver colpito Carlson. Tuttavia, non va dimenticato che le parole del resoconto sono state scritte a posteriori, una volta negli Stati Uniti, destinate forse ai colleghi del Rockford Institute. La descrizione elogiativa di Shevchenko è probabilmente “genuina” (al pari dell’interesse di Antonov percepito da Carlson), ma l’insistenza sulle doti di Shevchenko sembra l’indice di un parere non proprio casuale, un invito a prestare attenzione al “tipo”, un personaggio che promette colpi di scena:

«[Shevchenko] voleva parlare di “affari”. Chiedeva aiuto per l’organizzazione e/o il reclutamento di persone in vista di una conferenza internazionale sulla famiglia programmata per quell’estate in un monastero ortodosso vicino Mosca. Gli ho risposto che anche io avevo già pensato di lavorare per mettere in piedi una conferenza di gruppi sufficientemente “pro-family” da tutto il mondo; una conferenza che sia una specie di informale Congresso delle Famiglie con l’obiettivo di (1) sfidare le pressioni comuni vissute dalle famiglie nelle moderne nazioni, in relazione allo stato e all’economia, e (2) redigere un “appello” o “dichiarazione” ai governi del mondo, in cui siano incluse richieste comuni. Una tale conferenza, comunque, non sarebbe possibile prima della metà del 1996 come minimo, ho detto. Dopo una notevole discussione, ho accettato di cominciare a sondare l’interesse di altre organizzazioni e a meditare sulla location e il costo. Loro hanno accettato di inviarmi una bozza di un possibile programma, da farmi poi valutare». [I grassetti sono miei]

Se l’uso di “quell’estate” risulta quanto meno bizzarro nell’indicare l’estate successiva sia all’incontro con Shevchenko sia alla possibile data di scrittura del resoconto (il 23 gennaio, come si è detto), è abbastanza indicativo che Carlson, nel gennaio del 1995, avesse già le idee chiare su quello che due anni dopo sarà effettivamente il primo World Congress of Families (WCF). Non soltanto lo chiamava già con il nome quasi al completo, ma ne delineava persino i principali aspetti, incluso il documento finale per le nazioni, cioè la “dichiarazione”. Stando al diario, inoltre, la conversazione tra Shevchenko e Carlson, partita da un’esigenza del primo, si era sviluppata verso la progettazione di una molto più ampia conferenza, che pian piano inglobava una pluralità di persone assenti (cioè organizzazioni da contattare in futuro) e, soprattutto, di persone presenti (gli altri partecipanti presenti durante il concepimento del WCF). Infatti, tra i “loro” che avevano accettato di elaborare il possibile programma vi erano Shevchenko, Antonov e un altro sociologo dell’Università Statale di Mosca, Victor Medkov. È dunque un frutto del caso l’incontro con un “artista” che voleva parlare di “affari”? Quanto è spontanea la “notevole discussione”? Carlson è stato invitato a Mosca per la convergenza di vedute con Antonov – dunque per comuni interessi scientifici, anzi, politici – o, piuttosto, si è trattato di un viaggio orientato a creare sinergie in vista di un evento già immaginato? Quanto è affidabile il diario nel ricostruire le origini del WCF?

Subito dopo la visita a casa di Shevchenko, chiusa con brindisi di vodka, Carlson e i suoi accompagnatori avevano preso la metro ed erano tornati all’università. Le parole del resoconto sono ora diverse, positive: «È una bella vecchia metropolitana e le stazioni sono straordinariamente elaborate». Agli occhi di Carlson, cioè, Mosca non si presentava più grigia e abbandonata all’incuria. Al contrario, ora ne riusciva a percepire gli aspetti “straordinari”. Tornato nel suo appartamento, un tumulto d’emozione – enfatizzato da un inciso – precedeva addirittura il ritrovamento delle valigie perdute dopo il volo da Francoforte: «Dopo aver raggiunto la mia stanza – che gioia enorme! – avevo trovato ad attendermi le valigie. Le mie 28 ore a Mosca senza vestiti puliti, shampoo, eccetera erano terminate». Tutto ormai filava liscio. La rivelazione celestiale di Shevchenko aveva materializzato il World Congress of Families, le valigie, la gioia. Pertanto, considerati i colpi di scena, la giornata non poteva che chiudersi con queste parole: «Sono andato a dormire, in pace col mondo [content with the world]».

The Family in AmericaIl giorno successivo, ossia il 17 gennaio, Carlson era stato accompagnato a fare colazione al «McDonald’s (!)» prima di un breve giro turistico per Mosca. Successivamente, aveva incontrato Sergey Darmodekhin, presidente del Centro di ricerca per la protezione sociale della famiglia, l’infanzia e le politiche demografiche (legato al Ministero per la protezione sociale). Come si legge sul diario: «Molte sorprese mi aspettavano». Darmodekhin, infatti, aveva mostrato a Carlson la rivista Семья в России [La famiglia in Russia], progetto del centro di ricerca nato nel 1994 e ispirato, fin dal titolo, alla rivista del Rockford Institute The Family in America. Allo stesso modo della versione statunitense e delle premesse elaborate in Family Questions, la rivista intendeva la famiglia come nucleo etero-patriarcale universale, preesistente allo stato, che non conosce declinazioni specifiche, né nello spazio né nel tempo. In linea con le idee del Rockford Institute e di Carlson, dunque, si rigettava l’idea di “famiglia russa” per investigare, invece, la famiglia in Russia. Successivamente, Darmodekhin aveva avanzato l’idea di tradurre un articolo di Carlson per Семья в России e preparato la bozza di un «protocollo» che stabiliva la collaborazione tra il centro di ricerca, il dipartimento di sociologia della famiglia dell’Università Statale di Mosca e il Rockford Institute (nello specifico, il Center on the Family in America diretto da Carlson). Dopo una discussione sulla bozza per sottolineare la libertà di impegno del Center on the Family in America, Carlson, Antonov e Darmodekhin avevano firmato il protocollo in mezzo a brindisi e bicchieri di brandy. Infine, l’ultima sorpresa: al centro di ricerca lavorava anche Borisov, il demografo che, stando al racconto di Antonov, aveva scoperto Family Questions. Questi aveva chiesto allo statunitense di autografare una copia del libro fotocopiata e privatamente rilegata.

Ancora una volta, leggendo il resoconto, Carlson sembrava essere preso di sprovvista. Quasi a sua insaputa, “molte soprese” lo avevano aspettato in quei giorni del gennaio 1995, dalla progettazione del WCF allo stuolo di estimatori accademici che volevano collaborare con lui. Quasi per caso e solamente dopo una buona quantità di elogi, era stato persino realizzato un “protocollo”, firmato poco dopo, con cui il Rockford Institute – da lui diretto – si impegnava a collaborare con il dipartimento di sociologia della famiglia dell’Università Statale di Mosca e con un centro di ricerca legato al ministero russo. In buona sostanza, o era particolarmente facile fare “affari” con Carlson e, quindi, con il Rockford Institute (bastava spingere sulla bontà del suo lavoro), oppure qualcosa, nella narrazione di questo viaggio, è un po’ forzata. Resta il fatto che la testimonianza del racconto racchiude in sé l’origine del WCF.

Civic InstituteIl 19 gennaio, partito da Mosca, Carlson era poi diretto a Praga, dove era stato invitato dal think tank ceco Občanský Institut/Civic Institute (OI), molto probabilmente per la conferenza tenuta il 21 e che aveva radunato, come pubblico, una cinquantina di persone (tra cui una giudice della Corte Costituzionale, alcuni parlamentari e diversi leader dei movimenti antiabortisti). Nei circa quattro giorni a Praga, Carlson aveva incontrato Michaela Freiová, Michael Semin e Pavel Bratinka, ossia le personalità più importanti e più influenti del think tank. Fondato nel 1991 da un gruppo di conservatori anticomunisti, l’OI aveva cominciato a sottolineare, come si legge sul loro sito, «l’importanza della famiglia tradizionale, dei valori tradizioni e delle politiche sulla famiglia» già intorno alla metà degli anni Novanta. Poiché la Repubblica Ceca era divenuta un paese «genuinamente occidentale (europeo)», l’OI sentiva la necessità di porre l’accento su quelle che ritengono essere, ancora oggi, le «basi morali, religiose e prepolitiche di una società libera: prima di tutto, la famiglia tradizionale». Il think tank è quindi divenuto, negli anni, un laboratorio «pro-family (e pro-life)» pronto a collaborare e a far rete, a livello mondiale, con realtà ideologicamente affini. Nel gennaio del 1995, all’interno del suo resoconto, Carlson annotava che le tre riviste del Rockford Institute – la controversa Chronicles, Religion and Society Report e la già citata The Family in America – erano bene in vista negli uffici dell’OI.

WCF Praga

Logo del WCF1 (Fonte)

Le alleanze tra i conservatori occidentali e gli anticomunisti dei paesi post-sovietici erano pronte. La lotta tra l’Est dell’ex Unione Sovietica e l’Ovest degli Stati Uniti cambiava corso, mentre gli stati post-comunisti (ri)definivano la propria identità nazionale e giocavano l’equilibro dell’Unione Europea. A distanza di due anni dal viaggio di Carlson, si tenne finalmente il World Congress of Families. Durato quattro giorni, dal 19 al 22 marzo 1997, il congresso era stato organizzato ovviamente da Carlson, attraverso il Center on the Family in America; dalla confraternita ortodossa Фавор presieduta da Shevchenko; dal dipartimento di sociologia della famiglia dell’Università Statale di Mosca presieduto da Antonov; dall’Občanský Institut e da altre organizzazioni conservatrici. Pur non essendolo, la conferenza si presentava come momento di elaborazione accademico-scientifica, utile primariamente per creare strumenti e strategie in contrapposizione principalmente alle politiche dell’ONU, così come percepite dai conservatori. Gli interventi dei relatori si erano focalizzati sulla denatalità e la presunta “crisi” demografica, sul matrimonio (tra un uomo e una donna), sulle famiglie numerose, sull’intervento dello stato in materia di politiche della famiglia, sul bisogno di ritornare a un’economia basata sul lavoro agrario di piccole imprese famigliari. Come attesta la dichiarazione finale, un documento di pressione indirizzato ai governi del mondo e all’ONU, le organizzazioni erano unite dalla religione, dalla fede in un solo dio e dall’opposizione al vecchio regime sovietico, al marxismo, al neo-marxismo, alla liberazione sessuale, al capitalismo consumista (perché ha obbligato le donne a lavorare) e al femminismo (mai esplicitamente nominato).

Nel discorso al World Congress of Families del 1997, intitolato Toward the Virtuous Economy, Carlson riprendeva un suo precedente intervento dell’11 marzo 1996 al Pontificio collegio americano del Nord, spogliandolo però dal carattere prevalentemente religioso (cristiano). In estrema sintesi, l’allora presidente del Rockford Institute avanzava ipotesi politico-economiche basate sulla famiglia etero-patriarcale, sul lavoro domestico e, in particolare, su piccole imprese agricole a carattere famigliare. Indicata più come “via della famiglia” che “terza via”, l’idea di Carlson si opponeva al capitalismo industriale e al comunismo. Non per caso, i suoi punti di partenza erano – tra gli altri – i teorici del distributismo G. K. Chesterton e Hilaire Belloc. Carlson lavorerà a lungo proprio sul distributismo, affiancando i testi sulle piccole imprese rurali a quelli sulla centralità della cosiddetta “famiglia naturale”. Nel 2008, firmerà anche l’introduzione al secondo volume di Distributist Perspectives, opera curata e pubblicata dalla casa editrice IHS Press, fondata dai neofascisti e cattolici tradizionalisti John Sharpe Jr. e Derek Holland.

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