World Congress of Families: la “natura umana”

(Qui la parte I; qui la parte II.)

Parte III

Dal 19 al 22 marzo del 1997, si tenne a Praga il primo World Congress of Families. Secondo le cifre date dall’organizzazione, parteciparono più di seicento persone e circa cinquanta relatori. L’intervento della principale mente del WCF, l’allora presidente del Rockford Intitute Allan C. Carlson, si concentrò sull’ipotesi di una economica “via famigliare” per risolvere i problemi della “crisi” sociale in corso in Occidente. Antitetico al capitalismo industriale e al comunismo, il pensiero di Carlson si fondava esplicitamente sugli scritti dei teorici del distributismo, G. K. Chesterton e Hilaire Belloc e ruotava attorno all’idea di un mondo rurale composto da comunità di famiglie. Questo pensiero era condiviso da un’altra mente del WCF, cioè l’artista Ivan Shevchenko, la cui idea di patria si può riassumere con le parole “famiglia”, “terra” e “casa”. Nel ripercorrere la storia del WCF all’incontro annuale della Charismatic Leaders Fellowship, nel 2005 Carlson definì Shevchenko un «laico leader cristiano», «[u]na specie di mistico religioso», e gli attribuì quasi completamente la paternità dell’ideazione del congresso, in contrasto con il suo diario del gennaio 1995. Continuando il racconto, disse: «I temi del primo Congresso inclusero la costruzione di una nuova alleanza di ortodossie religiose conservatrici; tutte queste – nonostante le differenze – condividevano un comune intendimento della famiglia naturale». Qual era questo comune intendimento? Che cosa sarebbe la “famiglia naturale”?

Tra i relatori del primo World Congress of Families figurava Thomas Fleming, direttore – dal giugno del 1985 – della controversa rivista del Rockford Institute Chronicles: A Magazine of American Culture. Intitolato The Natural Family [La famiglia naturale], il suo intervento partiva dalla definizione data da Aristotele dell’essere umano come animale politico e sociale e dalla considerazione dell’unione riproduttiva tra un uomo e una donna come fondamento della civiltà. Di conseguenza, Fleming sosteneva che i villaggi, le città-stato, le grandi nazioni e gli imperi fossero stati effettivamente generati dalla famiglia patriarcale. Da sempre, “per natura”, tutto ruoterebbe – o dovrebbe ruotare – attorno alla differenza (etero)sessuale, biologicamente fondata in virtù dei ruoli materno e paterno: «Poiché le madri e i padri giocano un ruolo abbastanza diverso generare e nel crescere i bambini, i loro cervelli e i loro temperamenti sono formati diversamente, fornendo agli uomini le qualità necessarie per essere guerrieri e matematici e facendo diventare le donne [turn women into] protettrici e attente osservatrici dei dettagli».

Le ideologie del comunismo, del socialismo e del femminismo, però, hanno ignorato o minimizzato queste differenze biologiche, contribuendo enormemente alla «barbarie» del XX secolo. Fleming, cioè, spiegava che una «sinistra coalizione di femministe, socialisti e grandi interessi economici» ha indotto le donne a lavorare, abbassando così gli stipendi degli uomini; ha imposto i contributi previdenziali, in modo da far dipendere le classi medie dal governo statale; ha creato le scuole pubbliche per togliere ai genitori il diritto all’educazione (religiosa); ha tolto alla famiglia la sua (“naturale”) indipendenza economica; ha obbligato i lavoratori statunitensi a trasferirsi per lavoro in altre città, distruggendo le comunità fondate sulla parentela. Fleming chiedeva, pertanto, l’indipendenza della famiglia, espressione del volere della “natura” (e del Creatore): «Quando la famiglia è rispettata e lasciata libera di fare il suo lavoro, il nostro ordine sociale si tiene in piedi. Invece, quando interferiamo con leggi e tasse o politiche per liberare le donne dai mariti, oppure quando proviamo a proteggere i figli dai genitori, l’ordine sociale crolla». La “famiglia naturale”, dunque, sarebbe il regolatore dell’ordine sociale. Ma quale ordine sociale?

Thomas Fleming

Orgoglioso paleoconservatore e “partigiano sudista”, nonché revisionista della guerra di secessione, Fleming sosteneva che gli USA dovessero dividersi sotto la spinta nazionalista degli stati del sud, schiacciati dal potere del nord. In alternativa, bisognava riconoscere l’indipendenza culturale ed economica del sud. Secondo lui, infatti, a partire in particolare dagli anni Cinquanta, le autorità federali avevano distrutto le specificità nazionali in nome di principi liberali e di politiche universalizzanti ed egualitarie che non prendevano in considerazione le differenze culturali. D’altra parte, già nel 1979 Fleming aveva fondato – e fino al 1983 diretto – la rivista Southern Partisan, uno strumento utile a generare un più ampio consenso intorno all’idea del nazionalismo sudista. Sulle pagine di Southern Partisan si tentava di rileggere gli eventi storici, negando il carattere razzista generalmente associato agli stati del sud e affermando, invece, la peculiarità di “valori tradizionali” (come, per esempio, le radici europee, la centralità della religione cristiana, il lavoro agrario, la famiglia nucleare) che niente avrebbero avuto a che fare con la schiavitù o la segregazione razziale. Nonostante gli sforzi compiuti da Fleming e dalla redazione di Southern Partisan nell’accreditarsi innanzitutto come intellettuali in lotta per l’autodeterminazione del sud, l’obiettivo era squisitamente politico e mirava a influenzare il Partito Repubblicano, spingendolo verso posizioni sempre più conservatrici e razzialmente definite (cioè bianche).

Divenuto ormai uno tra i nomi più noti e criticati all’interno del Rockford Institute, proprio a causa delle idee sempre più ambiguamente razziste manifestate in Chronicles e dei reiterati attacchi alla figura di Martin Luther King, alla fine del 1990 Fleming aveva deciso di analizzare un partito che potesse rivitalizzare la causa del nazionalismo sudista. Lo aveva trovato durante un viaggio in Italia e paradossalmente al nord. La Lega Lombarda, fondata nel 1984 da Umberto Bossi, si presentava immediatamente come un perfetto case study. Infatti, nella Lega Lombarda Fleming aveva scorto un’arma politica – quella del territorio definito etnicamente e culturalmente – vincente alle elezioni perché rinnovata, grazie alla mescolanza tra carattere identitario regionale, spinta autonomista, dialettica tra federalismo e decentramento, richiamo alle origini celtiche, essenziale rilevanza del dialetto, riti e tradizioni di un passato mitizzato, rifiuto dell’immigrazione e del multiculturalismo. Sulle pagine di Chronicles, Fleming aveva quindi cominciato a raccontare la politica italiana attraverso molteplici articoli, schiacciando la narrazione sul punto di vista dei leghisti che aveva intervistato o con cui aveva semplicemente passato il tempo durante i suoi viaggi esplorativi. Pian piano, era giunto a immaginare un nuovo movimento o un nuovo partito statunitense che, modellato sulle strategie dell’ormai divenuta Lega Nord, riportasse nell’agone politico il nazionalismo sudista. In A League of Our Own [Una Lega tutta nostra], pubblicato nel febbraio del 1993 su Chronicles, scriveva tra una frase razzista e l’altra:

«Alcuni italiani sono coraggiosi abbastanza per confessare gli errori del passato e intelligenti abbastanza per desiderare il tipo di governo sotto cui vivevano i nostri antenati. E invece noi [statunitensi]? […] Ci sono solo due alternative per questo impero continentale che non è mai stato una nazione: o troviamo il modo per decentralizzare il processo decisionale e ristabilire la nostra autorità sui vecchi istituti della famiglia, della città, della contea (e finanche dello stato) o, diversamente, precipiteremo in una guerra civile poliforme di neri contro ispanici contro bianchi contro neri contro ebrei. […] La rivoluzione non può essere fatta dall’oggi al domani e il primo passo dovrà essere la creazione di un movimento dedicato a obiettivi di lungo periodo quali il decentramento politico; la privatizzazione (il nostro non è un sistema di libera impresa); la protezione dell’interesse nazionale rispetto all’immigrazione, al mercato e alla politica estera; la riaffermazione delle nostre antiche identità culturali in quanto nazione europea e […] cristiana. Se non ci sarà un movimento o un partito disposto a sposare un programma leghista [Leghist program], allora ne dovrà essere formato uno; se ciò sarà impossibile, il mio consiglio è di fare scorta di munizioni e investire in porte e in serrande antiproiettile».

Michael Hill

Il movimento leghista degli Stati Uniti aveva finalmente visto la luce il 25 giugno 1994 a Tuscaloosa, Alabama, quando era stata fondata da Fleming e altre ventisei persone la Southern League, rinominata tre anni più tardi League of the South. Fin dal nome, pagava il suo tributo al partito guidato da Umberto Bossi. Il 29 ottobre 1995, poi, sulle pagine del Washington Post era stato pubblicato un manifesto per spiegare a un ampio numero di persone il senso della Southern League. Abbastanza chiaramente, lo scopo ultimo era attrarre militanti e simpatizzanti, in modo tale da rimpolpare le fila e, al contempo, spingere alla creazione di organizzazioni similari con cui lavorare in sinergia (proprio come la Lega Nord). Redatto da Fleming e Michael Hill (anche questi co-fondatore della Southern League nonché suo presidente), The New Dixie Manifesto: States’ Rights Shall Rise Again affermava l’orgoglio nazionalista sudista, stabilendo fin dal principio una relazione di prossimità tra gli abitanti del sud degli Stati Uniti, gli scozzesi e i gallesi nel Regno Unito, i lombardi e i siciliani in Italia, gli ucraini nell’ex Unione Sovietica. Secondo Fleming e Hill, si trattava di gruppi oppressi dai governi «imperiali», sfruttati e disprezzati nonostante gli «enormi contributi economici, militari e culturali» dati agli stessi governi. Il tentativo azzardato di legittimare la Southern League sul piano mondiale veniva giustificato dalle contingenze storiche, ossia come dichiarata reazione al crollo dell’URSS e della Jugoslavia e come possibilità di riempimento nazionalista del vuoto creatosi, fino allo smantellamento degli stessi Stati Uniti: «[L]a fine della guerra fredda e la dissoluzione dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia hanno ispirato movimenti regionali ed etnici di tutta l’Europa. Alcuni di questi stanno minacciando la secessione, altri si accontentano di chiedere l’autonomia e il diritto di rivendicare la propria cultura e la propria lingua».

Negli anni successivi, la League of the South e il New Dixie Manifesto concretizzeranno l’emersione di un rinnovato nazionalismo sudista, agrario, suprematista, razzista, antifemminista e omotransfobo; un nazionalismo che ormai si riconduce all’etichetta neo-confederate. Nelle puntuali analisi pubblicate nel testo collettaneo Neo-Confederacy: A Critical Introduction (2008), appare evidente che il concetto di “natura” sia uno degli aspetti centrali per i neo-confederati, così come lo è per ogni ideologia nazionalista in generale:

«Piuttosto che elaborare la comune dicotomia della natura contro la cultura, i neo-confederati sostengono che le culture etniche siano naturali e che l’ordine sociale naturale, esistente una volta, sia stato disastrosamente sovvertito dalla società moderna e sia dunque necessario ristabilirlo. […] L’implicazione in questo tipo di concettualizzazioni è che la natura costituisca ciò che è normale, creato proprio da Dio, e che le alterazioni umane in queste relazioni siano necessariamente artificiali e disastrose. Pertanto, fare appello alla natura è un modo efficace per legittimare la propria visione del mondo e renderla inscalfibile, poiché è così che le cose dovrebbero essere. Le strutture artificiali della società moderna dovrebbero essere abbattute, permettendo alla natura di far tornare la condizione sociale umana alla sua situazione teoricamente primordiale». [p. 116]

Il ricorso all’ipostatizzato concetto di “natura” per tornare a un’origine mitica e mitizzata non è, ovviamente, una novità. Né, tanto meno, è caratteristica condivisa soltanto dai movimenti nazionalisti tout court. Però ha molto a che fare con il pensiero reazionario, come ricorda lo storico Enrico Manera nel dialogo intorno al testo di Furio Jesi Cultura di destra: «L’uso del “mito”, un uso metafisico del mito che serva a fondare uno stato di cose considerandolo “natura”, è ciò che fattivamente distingue il pensiero reazionario da quello emancipativo». Nello specifico in questione, ciò che i neo-confederati indicano come “ordine sociale naturale” effettivamente corrisponde, in larga misura, alla vita negli stati del sud prima della guerra di secessione, quando la società era, secondo loro, miticamente perfetta e fondata sulla Bibbia, ossia sul volere di Dio; perfetta soprattutto per gli uomini bianchi, possibilmente facoltosi, magari proprietari di piantagioni e di qualche schiavo. Per far ritorno a quel tipo di società, dunque, bisognerebbe rigettare in blocco la modernità, così come qualunque spinta derivante dai movimenti di emancipazione. Si legge sempre in Neo-Confederacy: «Quando i neo-confederati guardano ai movimenti per i diritti degli ultimi due secoli, da quello abolizionista a quello gay, li vedono tutti come un inaccettabile capovolgimento di questo ordine sociale naturale determinato dalla religione» [p. 78]. Detto altrimenti, i nazionalisti sudisti vorrebbero un ordine (più) chiaramente gerarchizzato in nome di una “legge naturale” interpretata come volere di Dio. Da Dio deriverebbero le differenze biologiche – e di destino – tra i (due) sessi e quelle sociobiologiche – altrettanto proiettate in un futuro immutabile – tra etnie, gruppi, classi sociali. L’orizzonte politico, nella più calma spinta immaginativa, è la concretizzazione di uno stato indipendente (o di una confederazione di stati sudisti) che non sia né multiculturale né fondato sull’uguaglianza, bensì severamente diviso tra gruppi e letteralmente discriminatorio, il cui fulcro economico ruoti attorno all’economia della famiglia composta da (bianchi) padre, madre e prole.

Fleming era dunque riuscito a passare dall’essere il «primo giornalista americano a intervistare Umberto Bossi» nel 1990 – come aveva scritto, sei anni dopo, sul bollettino della Southern League in una nota che anticipava il suo articolo sulla Dichiarazione di indipendenza della padania (15 settembre 1996) – all’essere il fondatore e l’ideologo di un gruppo di nazionalisti sudisti galvanizzati dalla Lega Nord. Le basi del suo pensiero, però, erano state già sistematizzate nel 1988, quando fu pubblicato il primo testo interamente scritto da lui, The Politics of Human Nature. Qui, Fleming ipotizzava una “nuova” teoria politica incardinata sulla “legge naturale” e sull’idea di una società “organica”: «Lo scopo di questo libro è proporre un sistema di politiche naturali, cioè la rifondazione di una teoria politica sulla base della natura umana. […] A parte Aristotele, pochi filosofi politici hanno cercato di usare l’evidenza biologica o etnografica, perlomeno non sistematicamente». Date le premesse e visto l’intento, ci si aspetterebbe innanzitutto una definizione di che cosa sia la “natura umana”, ma Fleming era più interessato a respingere qualsiasi tipo di elaborazione moderna della società, dai concetti di libertà e di uguaglianza fino al marxismo e al femminismo. Paradossalmente, a contare per lui erano le differenze tra gruppi sociali e, soprattutto, tra i (due) sessi.

Il Fleming di The Politics of Human Nature sostiene che la base fondamentale della “natura umana” – e di conseguenza della sua teoria politica – sia la differenza sessuale, da cui si ricaverebbe direttamente la coppia eterosessuale. Le differenze, difatti, esisterebbero (socio)biologicamente tra due sessi soltanto, quello maschile e quello femminile, e sarebbero letteralmente inscritte nei corpi, a livello genetico ed evolutivo. «L’uomo e la donna sono diversi» sono le parole che aprono sia il quarto capitolo (intitolato “Male and Female Created He Them”) sia il quinto (The Natural Family). E se, inoltre, l’essere umano è un animale sociale e politico, come sosteneva Aristotele, per Fleming è la complementarietà tra i (due) sessi la principale relazione umana. Detta altrimenti: poiché non avrebbe senso considerare l’individuo isolato, in virtù della sua “natura” relazionale, la base di partenza diventa forzatamente la famiglia etero-patriarcale. Nell’elaborare questo punto, The Politics of Human Nature non solo rigetta il femminismo e le femministe con toni sprezzanti e aggressivi («Il movimento di liberazione [delle donne] – già abbastanza ingannevole – è un sintomo di un serio disturbo sociale»), ma propugna apertamente il dominio e la superiorità dell’uomo sulla donna, senza tentativi possibili di stravolgimento. D’altra parte, a suggerire che le cose siano così sarebbe la stessa “natura umana”, cioè la sintesi di quei tratti “universali” che Fleming riscontrerebbe in molte società del mondo lungo tutti i secoli. La pura misoginia machista è dietro l’angolo, pronta a rivelarsi:

«Fin dal principio, la spinta femminista per avere pari diritti è stata sostenuta attraverso quelle astrattezze tipicamente maschili che hanno così tanto danneggiato il tessuto sociale. […] G.K. Chesterton una volta scrisse: “Ci sono tre sole cose che nel mondo le donne non capiscono, ossia la libertà, l’eguaglianza e la fratellanza”. Se ciò è vero, abbiamo più che mai ragione di ringraziare il cielo per le giovani ragazze [thank heaven for little girls]. Le tragiche conseguenze dell’ideologia femminista non sono limitate alla rottura sociale e alla dissoluzione della famiglia. Se le donne inizieranno a indurire i loro cuori in asservimento all’amore universale, resterà davvero poca speranza tanto per gli uomini quanto per le donne».

Le donne, secondo Fleming, dovrebbero essere mogli e madri, accettando il dominio maschile. Il loro stesso corpo sarebbe costruito per rimanere gravide, allattare, prendersi cura della prole e, al massimo, andare a cogliere gli ortaggi piantati nel coltivamento vicino alle mura della casa famigliare:

«La cura della prole e la divisione sessuale del lavoro sembra necessitare di una dimora fissa. La casa famigliare era utile perché permetteva alla femmina di specializzarsi nella cura della prole e nel raccolto degli ortaggi vicino alla dimora, mentre l’uomo poteva cacciare e andare a raccogliere [verdure] a una distanza maggiore. All’interno di una casa, anche i figli potevano dare il loro contributo significativo al lavoro domestico. In sintesi, la relazione sessuale porta alla mutua cooperazione, a diverse strategie per provvedere al foraggiamento, allo scambio di cibo e ai ruoli genitoriali specifici di madre e padre».

In virtù di queste e altre cose, la presunta evidenza biologica delle differenze tra (due) sessi genererebbe “naturalmente” «le basi genetiche per i ruoli sessuali e per il matrimonio». Gli esseri umani, cioè, sarebbero fin dall’origine categoricamente definiti dal proprio sesso, letto in ottica binaria (così come il genere), e sarebbero imprigionati in una gabbia immutabile dalla quale non è facile scappare. Dalla quale, anzi, non ha senso scappare se si vuol rimanere in vita: «La rivolta contro la natura è sempre stata condotta in nome della libertà ed è sempre terminata con la tirannia e la morte». L’accusa è diretta, in particolare, agli avversari dichiarati di The Politics of Human Nature, quelli che vengono indicati come principali cause del decadimento moderno: il progresso tecnologico, il marxismo e il femminismo. Ovviamente, uno dei punti di convergenza tra questi tre sarebbe l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. Fleming sostiene che l’aborto, in particolare secondo le femministe, riguarderebbe il diritto della donna di controllare il proprio corpo, ma che in realtà questo diritto sarebbe «ancora tutto da valutare». Tuttavia, aggiunge, su una cosa le femministe avrebbero ragione: «[I]l controllo del corpo di una donna è una questione centrale, anche se non nel modo che intendono loro».

Piegato e giustificato dal marxismo e dal femminismo, cioè, il progresso tecnologico avrebbe privato le donne del ruolo assegnato dalla “natura”, sovvertendo così l’ordine sociale e facendo perdere loro il vero “controllo” sul proprio corpo. Per esempio, l’invenzione degli elettrodomestici le hanno lasciate senza lavoro domestico “naturale” e le tecniche per favorire o facilitare la riproduzione, la gravidanza e l’allattamento – inclusi parto cesareo ed epidurale – le hanno liberate dai limiti biologici, dai ruoli di cura (per esempio di levatrici) e dalla complementarietà con gli uomini. Per Fleming, quindi, «le femministe radicali stanno facendo del loro meglio per rendere androgina l’identità femminile. La tecnologia è vista come la chiave per farlo». Com’è facile comprendere, in The Politics of Human Nature l’androginia è intesa innanzitutto come maschilizzazione del femminile, presupponendo il binarismo sessuale e il patriarcato.

Di conseguenza, nell’orizzonte immaginato dalla teoria politica di Fleming non ci sarebbe spazio per il lessico dei diritti, per l’autodeterminazione delle donne, per l’interruzione di gravidanza o per la tecnologia. Non ci sarebbe per il divorzio perché conduce i figli al suicidio o, addirittura, perché induce eventuali nuovi partner ad abusare di figli nati in un precedente matrimonio. Allo stesso tempo, quando affiancato alla liberazione sessuale, il divorzio spingerebbe gli uomini a non occuparsi più della (ex) moglie o della prole mentre li inviterebbe persino all’omosessualità col supporto di «un codice morale individualista che tratta chiunque come potenziale partner sessuale e [della] competizione con le donne, che è il risultato del movimento femminista». In opposizione a tutto ciò, nell’orizzonte teorico-politico di Fleming ci sarebbe la “famiglia naturale”, intesa come nucleo fondato sul matrimonio e composto da padre, madre e prole. Sempre sorretto da uno slancio sociobiologico e goffamente storico, l’autore di The Politics of Human Nature precisa che si potrebbe parlare di “famiglia naturale” come «gruppo che va dal monogamo al moderatamente poliginico definito dal divieto di incesto, con una forte pressione esercitata sui padri per la protezione e il soccorso dei propri figli e in cui si investono i maschi della famiglia di un controllo almeno nominale sulle attività famigliari». Per la sua teoria politica, però, Fleming abbandona la poliginia in favore della sola monogamia. Per lui, infatti, è già abbastanza difficile «obbligare gli uomini moderni a dare sostentamento alle loro mogli e ai loro figli» con un solo matrimonio monogamico.

Pubblicità tra le pagine di Chronicles, luglio 1991

Questa, dunque, è la “famiglia naturale” che Fleming pone come base universale della società, ipotizzando nella sua teoria politica istituti che, partendo da essa, si allargano man mano fino ad arrivare alla formazione di uno stato. Sintetizza nelle ultime pagine del libro: «Le differenze tra i sessi, che danno vita agli istituti della famiglia, della comunità e dello stato, delineano i contorni di un sano sistema politico organico». Dunque, tutto sarebbe ossessivamente definito dal binarismo (etero)sessuale e dal patriarcato. In tal modo, The Politics of Human Nature risulta complementare al testo di Allan C. Carlson – pubblicato a qualche mese di distanza – Family Questions: Reflections on the American Social Crisis. I due libri tra loro dialogano e si completano, pur adottando diverse prospettive e pur volendo raggiungere obiettivi differenti. Se, infatti, Fleming vuole impostare una nuova teoria politica incardinata sulla “natura” e, nello specifico, sulla “natura umana”, Carlson vuole piuttosto ragionare intorno alle questioni demografiche, spingendo verso una riflessione che coinvolga innanzitutto le istituzioni esistenti; se per Fleming la differenza tra i (due) sessi è inscritta nei corpi ed è vincolante per la formazione di un sistema politico “organico”, Carlson è interessato innanzitutto alla riproduzione tra un uomo e una donna, dunque alla filiazione; se Fleming ha come orizzonte l’intera ricomposizione della società moderna per piegarla sull’astratto concetto di “natura”, Carlson si attorciglia sulla “difesa” della famiglia etero-patriarcale aggredita dal potere statale. Tenuto conto delle differenti posizioni, gli autori non possono comunque fare a meno di citarsi e di rimandare l’uno agli scritti dell’altro. D’altra parte, The Politics of Human Nature e Family Questions sono principalmente frutti del lavoro compiuto al Rockford Institute, come sottolineato chiaramente nelle pagine dei ringraziamenti di entrambi i testi.

A partire da queste differenze e da queste convergenze teoriche, il concetto di “famiglia naturale”, intesa come nucleo etero-patriarcale alla base della civiltà, diventerà la principale arma retorica del World Congress of Families, grazie al supporto del Vaticano e a una precisa strategia politica, creata da Carlson (e altri) ma poi condivisa da diverse organizzazioni antifemministe e anti-LGBTIQ+ nel mondo.

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